Isaìa 55,6-9; Salmo 144 (145); Filippési 1,20c-24.27°; Matteo 20,1-16
Il Dio inatteso e la gioia di essere suoi operai
1. Il modo di agire di Dio è strano; qualcuno dice che è sbagliato: se si è interessati più alla paga che al lavoro, nella volontà del Padre «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». È ciò che il Vangelo annuncia: «Chiama i lavoratori e, incominciando dagli ultimi fino ai primi, dà loro la paga».
Tutti gli operai furono pagati per come pattuito: «quelli delle cinque del pomeriggio», pensavano di ricevere di meno ed «i primi arrivati, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ricevettero, invece, ciascuno un denaro». A tutti ciò che serviva.
L’invidia e la gelosia corrompono il cuore dell’uomo, suscitano proteste: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo».
2. La gioia semplice di essere operai, soddisfatti per aver trovato lavoro con stipendio, è spesso ignota: «Il padrone di casa uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna». Uscì altre volte verso le nove ed a mezzogiorno e trovò operai: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Perché oziosi? Non avevano bisogno del lavoro? Non amavano il lavoro. Amavano ciò che era necessario per pigramente vivere. Ricchi? Non è detto: ideali di rendere un mondo migliore sono assenti, trascurati, malvisti. Anche disprezzati.
«Andate a lavorare»: spinti e coinvolti «andarono». Fino ad ora non si sa se il cuore è convertito.
S. Paolo operaio, chiamato e coinvolto in un progetto grandioso, svolge i suoi compiti. Fa il suo “dovere”?
Non è salvezza fare il proprio “dovere”. Non è quello che richiede la Parola, l’Amore, la Gloria. Il cristiano non è chiamato “fare il proprio dovere”, ad osservare la Legge; è chiamato a sorprendere, entusiasmare, stupire perché gli ideali abbiano forza e costanza per costruire salvezza quando è ostacolata dall’indifferenza del chiacchiericcio; da chi si accontenta di stare al tavolo del bar a giudicare chi esce dalla porta di chiesa e si sente giusto perché ha trovato di chi sparlare.
«Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio»: S. Paolo non è stato chiamato in modo glorioso “per non andare all’inferno”; non siamo chiamati a “non andare all’inferno”, ma a costruire il Paradiso. In Paradiso non ci si va. Nessuno “ci va”. Il Paradiso si costruisce in questa esistenza spesso dolorosa e ci si sta come Gloria. Oggi parzialmente; domani completo e per sempre. La Salvezza di Gesù Cristo è per coloro che la costruiscono per sé e per altri. Per questo S. Paolo scrive: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno, ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo». E rimango per voi. E «Cristo sarà glorificato nel mio corpo».
3. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie»: diretto, inatteso, inaspettato è Cristo nel suo linguaggio. Non mezze parole, non sotterfugi né inganni: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»: Inatteso Dio.
Il male è menzogna, invidia, superbia, mezze parole, promesse ingannevoli. Non possiamo annunciare un paradiso come ricatto per avere un comportamento che non faccia del male ad alcuno, ma a nessuno faccia del bene; che non costruisca un sorprendente Paradiso. Già in terra, parzialmente. Gesù ti ritiene ancora amico, non ti allontana, non ti odia perché tu vedi la storia in modo diverso. Accetta il dialogo con autorevolezza: «Amico, io non ti faccio torto».
E coinvolge in un invito pressante e che richiede risposte di vita non di chiacchiere: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino»: ecco il «Signore che avrà misericordia di noi. Il nostro Dio che largamente perdona».
(didon)
