{"id":7679,"date":"2025-10-15T05:52:16","date_gmt":"2025-10-15T05:52:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.parrocchietuscania.it\/chiesatuscania\/?p=7679"},"modified":"2026-10-24T07:06:25","modified_gmt":"2026-10-24T07:06:25","slug":"paolo-polidori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.parrocchietuscania.it\/chiesatuscania\/paolo-polidori\/","title":{"rendered":"LA FAMIGLIA DEI FANI CIOTTI DAL 1709, L\u2019OCCUPAZIONE FRANCESE, LA REPUBBLICA ROMANA, IL CANTONE DI TUSCANIA, RITORNO DELL\u2019AMMINISTRAZIONE PONTIFICIA"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: 12pt;\"><em>di Mauro Loreti<br \/>\n<\/em><\/span>VINCENZO FANI 1661-1713<br \/>\nFu battezzato a Tuscania nell\u2019estate del 1661, figlio di Tommaso Fani e di Ortenzia Ciotti, nella cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo. Fu Gonfaloniere del popolo di Toscanella e nel 1709 fu reintegrato nella nobilt\u00e0 viterbese. Il conte Vincenzo era discendente di ARTEMISIA SIMONCELLI , moglie di Girolamo Fani, la quale fu sepolta nel 1591 nella tomba della cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria del Riposo a Tuscania dove furono posti anche sua madre Ortenzia Ciotti nel 1665 e suo padre Tommaso nel 1670. Egli nel 1710, era stato uno dei deputati nell\u2019amministrazione dell\u2019Ospedale grande degli infermi di Viterbo e della Conservatoria della stessa citt\u00e0.<!--more--><\/p>\n<p>Dopo la sua morte la vedova Maria Paola Monaldeschi della Cervara fu Paolo Pietro , nobile di Orvieto, dichiar\u00f2 davanti al notaio Carlo Banconi che, nel passato, , vi erano stati antichi e stretti legami di parentela delle famiglie Ciotti e Fani e, nel 1710 , Paolo Antonio Ciotti , ultimo maschio della famiglia, era deceduto. Pertanto i beni dei Ciotti andarono ai figli di Vincenzo e di Maria Paola: Paolo Antonio e Tommaso Fani. La loro nonna era Ortensia Ciotti e ,da giovane, aveva studiato nel cenobio di Santa Caterina a Viterbo; fu moglie di Tommaso , mor\u00ec giovane a 27 anni nel 1665 e fu sepolta nella tomba di famiglia di Santa Maria del Riposo a Toscanella. Lei e la sorella Eleonora erano nate a Tuscania, una all\u2019inizio e l\u2019altra alla fine del 1638, erano figlie di Alessandro e di Ortensia Cavetani, un\u2019altra nobile di Toscanella. L\u2019ultima Ciotti, Eleonora, detta anche Dionora, che da giovane aveva studiato nel monastero di San Domenico a Viterbo insieme alla sorella Agata, trasfer\u00ec i suoi beni ai pronipoti Paolo Antonio e Tommaso Fani con l\u2019obbligo di dover aggiungere il cognome Ciotti a Fani. Alcuni beni dei Ciotti provenivano dal fidecommesso del 1580, ufficializzato dall\u2019antenato Sforza Ciotti, marito di CAMILLA SIMONCELLI, il quale vincol\u00f2 i suoi beni ai discendenti per testamento in perpetuum. L\u2019ultima discendente la contessa Eleonora, per star sicura in coscienza, per sua maggiore quiete, in accordo col marito Paolo Emilio Fiumi, con cordiale propensione verso la sua famiglia e per fare cosa grata, risolse di cedere, trasferire, rinunciare e restituire i beni provenienti dal fidecommesso ai pronipoti, in mancanza di altri consanguinei ed affini. Inoltre don\u00f2 loro anche una casa posta in Viterbo, vicina al loro palazzo di famiglia, che era stata da lei comprata ed acquistata per scudi 1.600 ed in seguito restaurata. D\u2019altra parte per\u00f2 si riserv\u00f2 a suo favore, vita natural durante, tutta quella parte del palazzo dove lei era solita abitare quando stava a Viterbo, con alcuni mobili ed oggetti. Inoltre la contessa continu\u00f2 a ricevere tutti gli interessi maturati dai suoi beni rinunciati cio\u00e8 le pigioni ed i frutti dei Luoghi dei Monti, tutte le altre entrate, il ricavato dell\u2019allevamento delle pecore fino a quando andavano alla Montagna con la transumanza appenninica ed il raccolto della semina di 25 rubbi, ettari 46, di grano fatta a sue spese a Tuscania. Da un atto notarile si sa che Eleonora aveva prestato 120 scudi al capitano Giannotti di Toscanella per fare le maggesi, le arature , nel terreno di Poggio Martino in Tuscania e, nel contempo, ricevette gli interessi della somma di 8.000 scudi investiti nei Luoghi dei Monti della Reverenda Camera Apostolica dello Stato Pontificio. Ogni anno pagava ad Anna Faustina Monaldeschi Ciotti, sua cognata in quanto aveva sposato il fratello Ortensio, 300 scudi per obbligo fatto dall\u2019altro suo fratello Paolo Antonio Ciotti ed un livello annuo di 10 scudi a ciascuna delle sorelle monache in Viterbo: Artemisia con il nome di suor Costanza Vittoria e Contessina con il nome di suor Agata nel monastero di San Domenico e Cecilia, nel monastero di Santa Caterina, con il nome di suor Prudenza Felice. Inoltre i Ciotti avevano due cappellanie laicali e di libero giuspatronato gentilizio nella chiesa dedicata a Santa Marta nella Terra di Marta, dove venivano celebrate tre messe alla settimana da un cappellano nominato dalla famiglia. I due fratelli Paolo Antonio e Tommaso Fani, pertanto, assunsero, ritennero ed aggiunsero al loro cognome quello della casa Ciotti con l\u2019arma e lo stemma. Qualora i Fani non avessero ottemperato a questo dettame i beni sarebbero andati al conte Stefano Galeotti ed ai suoi figli discendenti maschi. Durante la loro minore et\u00e0 pupillare ebbe l\u2019intera e libera amministrazione dei beni la loro madre vedova Maria Paola Monaldeschi della Cervara.<br \/>\nTOMMASO FANI CIOTTI 1712-1775<br \/>\nIl 3 giugno 1775 Tommaso di Vincenzo, nobile tuscanese e viterbese era Gonfaloniere del popolo di Toscanella, il sindaco, e ricord\u00f2 agli Anziani, gli assessori, ed ai Consiglieri comunali che era ben noto a tutti lo stato in cui si ritrovava la Strada Maestra che conduce a Porta di Montascide; vista la rovina delle case cadute, era ridotta impraticabile e dannosa a tutta la Citt\u00e0 , per l\u2019impedimento del traffico e della conduttura che portava l\u2019acqua alla fontana di San Marco, molto utile alla popolazione e che si era dovuta chiudere. La Congregazione del Buon Governo , nel frattempo, aveva permesso che si aggiustasse la strada, senza ritardo, ed i consiglieri comunali deliberarono sia le spese occorrenti come di costringere i confinanti ,proprietari dei palazzi adiacenti distrutti, al rimborso delle spese del restauro improntate dal Comune di Tuscania, come prevedeva allora la legge . Tommaso Fani Ciotti possedeva palazzi e terreni a Toscanella, Viterbo e Marta, ereditati dalle due antiche e nobili famiglie. Era sposato con Teresa Calabresi che nel 1778 fu sepolta a Tuscania sempre nella tomba di famiglia. . Fu amministratore comunale anche a Viterbo.<br \/>\nTOBIA FANI CIOTTI 1746-1799<br \/>\nil 24 agosto 1775 davanti al Governatore Generale di Viterbo, nel palazzo apostolico, il conte Tobia Fani Ciotti , poco dopo la morte del padre Tommaso che avvenne il 30 luglio 1775, ai sensi sempre del fidecommesso del suo avo Sforza Ciotti del 25 novembre 1580, a forma del testamento della nonna paterna Maria Paola Monaldeschi della Cervara, secondo il testamento di suo padre Tommaso del 5 luglio 1759 e la donazione del 3 giugno 1775 di Don Vincenzo Fani Ciotti, suo fratello abate, nato e battezzato a Toscanella, cappellano e possessore dell\u2019altare della casa Fani Ciotti, gi\u00e0 dei Galeotti, dedicato a San Michele Arcangelo nella cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo a Tuscania, ottenne di iniziare dal palazzo della sua abitazione in Viterbo , in quella stessa mattina e nei giorni successivi 26, 28 e 29, l\u2019inventario dei beni stabili, mobili, semoventi ed altri, insieme ad otto collaboratori.<br \/>\nI BENI A VITERBO<br \/>\nCominciarono dal palazzo grande posto sotto la parrocchia di San Sisto nella contrada Fontana Grande: 23 stanze comprese le camere da letto, 72 quadri con paesaggi: il Ricco Epulone, il Figliol Prodigo, San Pio V, la Regina d\u2019Ungheria, Ges\u00f9 alla colonna, la Madonna col Bambino Ges\u00f9, i Santi Valentino ed Ilario, la Madonna col Bambino e San Giovanni, l\u2019Arcangelo Raffaele, la Beata Vergine, l\u2019Imperatore, l\u2019Imperatrice, un\u2019anima dannata, le marine, la Madonna Nunziata, San Francesco di Paola, San Francesco d\u2019Assisi e San Giovanni, una Croce, i fioretti, le battaglie, le campagne, un sacrificio; 5 cassapanche, 26 tavoli, 6 credenze piene di oggetti in ceramica e vetro, asciugamani e tovaglie, 73 sedie, uno specchio, gli inginocchiatoi, una statuetta di San Luigi; la cucina con il credenzone, 4 tavoli, la carbonaia, la cantina, la salara, la stalla, la stalletta e quant\u2019altro. Questo inventario fu firmato dal perito Giacinto Scacciaricci, dall\u2019estimatore Francesco Manzante, da Domenico Veltri Romanelli, da Giuseppe Franceschini e dal conte Tobia Fani Ciotti. Da notare che sugli stipiti in peperino delle porte del piano terra, ancora oggi sono scolpite alcune frasi: IN VIIS TUIS RESPICE FINEM nelle tue vie guarda allo scopo; FESTINA LENTE affrettati lentamente , la stessa frase \u00e8 scolpita anche in greco SPEUDE BRADEOS. Poi NASCENTES MORIMUR FINISQUE AB ORIGINE PENDET nascendo moriamo e la fine dipende dal principio. Altre frasi in latino ed in greco non sono complete.<br \/>\nI BENI A TOSCANELLA<br \/>\nIl 5 di ottobre fu continuato nella citt\u00e0 di Tuscania, l\u2019inventario dei beni esistenti nella stessa e nel suo territorio: un palazzo con le sue ragioni e pertinenze, costruito dal suo avo Sebastiano Fani dal 1525 al 1534 e completato dal figlio Paolo Vittorio , con il piano nobile ed il mezzanino, posto nel terziere di Poggio Fiorentino, confinante con i beni della Reverenda Camera Apostolica per la Dogana Pontificia del bestiame, da un lato, e le strade pubbliche dagli altri lati, sotto la parrocchia di San Giacomo Maggiore Apostolo . All\u2019interno: la fontana, 9 stanze comprese la segreteria e le camere da letto, il loggiato, la galleria, la cucina col camino, 4 credenze con oggetti in rame ed in ceramica, 8 sedie,7 tavoli, 141 quadri raffiguranti Santa Cecilia, San Michele Arcangelo, Tommaso Fani, l\u2019Adorazione dei Re Magi, Venere, San Francesco di Sales, Santa Maria Maddalena, decollazione di San Giovanni Battista, Sant\u2019Ignazio, San Francesco Saverio, Madonna col Bambino Ges\u00f9, San Pietro, Santa Maria Maddalena spirante, Santa Margherita, ritratti di donne e di uomini, un cardinale, fiorami, Ciotti Fabrizio, San Vincenzo martire; i magazzini per stoccare i cereali prodotti nelle tenute agricole. Nel salone di rappresentanza si ammira ancora oggi l\u2019alto fregio affrescato nelle quattro pareti con le scene bibliche, i paesaggi, le quattro virt\u00f9 teologali: la Prudenza, la Giustizia, la Fortezza e la Temperanza, gli stemmi araldici dei cardinali Alessandro Farnese, Giovanni Francesco Gambara , Michele Bonelli, Marcello Lante, del vescovo Carlo Montigli e dei nobili Ascanio Celsi e Solderio e Costanzo Patrizi. Il 26 ottobre fu fatto l\u2019inventario di altri beni stabili: terreni seminativi e pertinenze, ritenuti in affitto da Girolamo Calabresi nel territorio di Toscanella : le tenute la Comunella ,la Ficuna, Poggio Martino, Castel Ghezzo, Campo Gallo, Cavarella,Campo Villano, Madonna di Rusciavecchia, Campo della Fiera, Madonna dell\u2019Olivo, Ponticello, Valle Guidone, San Lazzaro, Terreno delle noci, la Peschiera, il Guado del Sorbo, i Ripari, le Palazzole, la Smurata, il Pozzo Cavaliero, le greppe di San Pietro, le Prata, la Mignattara, la Moletta col molino a grano ed il castagneto, le Monache ed il Maschiolo. In totale pi\u00f9 di mille rubbi, cio\u00e8 1.850 ettari. Inoltre avevano un giardino presso la Dogana affittato a Francesco Primavera ed un orto presso San Biagio in affitto a Gaetano Purghi , maestro di Cappella. Per quanto riguardava le altre case avevano quella detta il palazzaccio sotto la parrocchia di San Silvestro abitata da Girolamo Calabresi ed altre 21 case con botteghe, fontane, stalle, bettole, negozi, magazzini ed un mattatoio. Sempre al Calabresi era stata affittata in Toscanella una masseria di pecore, capre, vacche, buoi con attrezzi e altri beni allevata nei terreni di propriet\u00e0 della famiglia . Questo secondo inventario fu firmato da Tobia Fani Ciotti, dallo stimatore Luca Ugolini, dal canonico Giovanni Quirino Rusci e dal capitano Carlo Brunacci.<br \/>\nI BENI A MARTA<br \/>\nIl 27 ottobre si recarono nella Terra di Marta dove era il palazzo posto nella pubblica piazza, costruito nel 1571 dall\u2019antenato Sforza Ciotti, confinante con il lago di Bolsena e col palazzo comunitativo: vi erano 7 stanze comprese le camere da letto, 10 tavoli, 4 cassapanche, 21 sedie, 92 quadri con: fiori, campagne, fiorami, figure diverse, un ritratto d\u2019uomo ed un Ciotti, 56 carte geografiche, una credenza, la cucina con tre stanzini, un credenzone con oggetti in rame e ceramica, un camino, un quadro con un angelo, 21 quadretti, 2 sedie, 3 quadri di cui uno con San Francesco Saverio, una tavola, la cantina con 8 botti piene di 40 some , cio\u00e8 40 quintali, di vino nuovo a mezzo , raccolto nell\u2019ultima vendemmia in comune con Francesca Zoccoli. Sotto il palazzo altre stanze di servizio. Inoltre in vari punti del paese 13 tra case, un magazzino,stalle, fienili, cantine, botteghe ed un forno. Nel tinello di Borgo San Pietro, presso la chiesa della Confraternita della Misericordia, c\u2019erano due botti con mezzo vino nuovo. Nella campagna due vigne, la tenuta Mezzaria, due prati, un canneto, un magazzino col fienile, una stalla grande ed un\u2019altra cantina. I terreni misuravano rubbi 27 cio\u00e8 circa 50 ettari. Questo terzo inventario fu firmato da Tobia Fani Ciotti, da Giuseppe Bradamanti, dal canonico don Ponziano Martellotti e da Giovanni Forhexato Sanini.<br \/>\nLO STATO PONTIFICIO<br \/>\nNel 1796 Papa Pio VI , il cesenate Giovanni Angelo Braschi, nella stamperia della Reverenda Camera Apostolica, eman\u00f2 le istruzioni qualora qualche corpo di truppa francese fosse entrato ostilmente dentro lo Stato Pontificio. In quel caso in tutte le citt\u00e0, terre , castelli ed altri luoghi si doveva suonare la campana a martello, ossia ad armi, per porsi in stato di momentanea difesa e prendere le armi agli ordini dei Comandanti. Tutti colloro che furono impiegati nella difesa ricevettero i viveri per tutto il tempo impiegato, ed un premio proporzionato alle circostanze. Per gli inquisiti ed i condannati in contumacia per qualche delitto era prevista la remissione totale, qualora avessero agito utilmente nell\u2019impresa difensiva.<br \/>\nIL PALAZZO EPISCOPALE DI TUSCANIA<br \/>\nIl giorno 8 ottobre ne fu redatta la descrizione; il vicario generale don Francesco Antonio Turriozzi ed il notaio e cancelliere vescovile si portarono al palazzo, per dover poi questo servire alla Truppa pontificia qua spedita, e ne fu fatta la dovuta descrizione come appresso: le sedici stanze furono ritrovate in buono stato ma con diversi vetri rotti o mancanti alle finestre. Vi erano 139 quadri tra i quali quello del filosofo, umanista ed astrologo Marsilio Ficino, 17 statue, 6 tavolini di pietra, tre ringhiere, il giardino, la cappella con l\u2019altare ed il genuflessorio, la cucina e la sala. Don Alberto Persiani osserv\u00f2 nell\u2019appartamento superiore ci\u00f2 che mancava. Si doveva il tutto ripulire e spurgare.<br \/>\nL\u2019OCCUPAZIONE FRANCESE E LA REPUBBLICA ROMANA<br \/>\nNel febbraio del 1798 tutto lo Stato Pontificio era stato occupato dalle milizie transalpine e fu istituita la Repubblica Romana con a capo sette Consoli. Il generale in capo dell\u2019Armata francese Dallemagne, in esecuzione dell\u2019articolo 368 della Costituzione della Repubblica Romana , nomin\u00f2 per comporre la prima autorit\u00e0 costituita il cittadino Ferdinando Magliani come Pretore di Toscanella. Furono chiamati a far parte dei corpi legislativi e giudiziari provinciali alcuni viterbesi e, nel tribunato fu inserito anche Tobia Fani Ciotti , il conte giacobino. Bench\u00e9 egli avesse ereditato amche i beni del fratello Vincenzo, abate, aveva un debito di 192 scudi per l\u2019affitto arretrato di una casa a Roma dei Doria Pamphilj dove era vissuto tra il 1789 ed il 1793; alcuni soldati furono inviati a Tuscania per il recupero del credito: dovette pagare la moglie per lui. Lo scrittore storico Giuseppe Signorelli lo qualific\u00f2 come \u201e una lingua maledica ed uno spirito stravagante\u201c. Era stato interdetto dall\u2019esercizio delle pubbliche cariche fino al 1796.<br \/>\nLE TRUPPE FRANCESI<br \/>\nIl 13 febbraio davanti al Commissario di giustizia Pietro Pallini ed agli assessori comunali Domenico Silvestrelli e Vincenzo Campanari ed agli altri consiglieri comunali si parl\u00f2 dell\u2019ingresso e della venuta delle truppe francesi nello Stato e della contribuzione di generi che veniva domandata, per il loro mantenimento, nel passaggio per Civita Castellana. La Commissione dell\u2019esercito straniero aveva fatto intendere alla citt\u00e0 di Viterbo di avere necessit\u00e0 di volere, con la maggior speditezza, alcune contribuzioni in vettovagle, viveri e bestie da trasporto da Viterbo e dai luoghi annessi alla Provincia. Era stato incaricato Pietro Tizioni che chiese alla citt\u00e0 di Toscanella rubbia 220 di grano (440 quintali), 45 bestie tra bovi e vaccine col peso di 500 libbre, pi\u00f9 di due quintali per ogni bestia, 10 carri ed altri carretti. Pertanto per la provvista e trasmissione del grano in Viterbo fu incaricato Giovanni Francesco Persiani , per i bestiami vaccini Rosato Rosati e Domenico Paoletti, per i carri ed i carretti da trasporto Giovanni Pietro Giannotti. Giuseppe Signorelli scrisse che Pietro Tizioni era un uomo torbido, audace e poco scrupoloso nel disimpegno delle sue funzioni. Fu commissario anche a Tuscania per la requisizione dei viveri e dei foraggi, ma eccedette nel mandato e fu richiamato. Non obbed\u00ec e fu arrestato a Canino e di l\u00e0 tradotto nel carcere di Civitavecchia.<br \/>\nLA MUNICIPALITA\u2019 DI TOSCANELLA<br \/>\nIl 26 febbraio in un\u2019altra riunione consiliare di Tuscania si prese conoscenza degli ordini del generale Berthier della Repubblica Francese per cui a Toscanella, essendo costituita come Municipalit\u00e0, si doveva erigere pubblicamente l\u2019albero della libert\u00e0 e formare tutti insieme e concordi il Governo provvisorio locale . Tutti gli amministratori precedenti furono nominati \u201eCittadini\u201c, quindi fu eletto il comitato della Presidenza : Tobia Fani Ciotti, Giovanni Pietro Giannotti e Carlo Antonio Quaglia con il segretario Luigi Danielli, il secondo comitato delle finanze , del commercio e della sussistenza: Luigi Turriozzi, Giovanni Francesco Persiani e Giovanni Cerasa con lo stesso segretario, il terzo comitato della truppa civica e degli alloggi: Giuseppe Turriozzi, Vincenzo Campanari e Luigi Luchetti con il segretario Ferdinando Magliani. L\u2019assessore generale fu Pietro Pallini, lo scritturale e computista Tommaso Caratelli.<br \/>\nL\u2019ALBERO DELLA LIBERTA\u2019<br \/>\nIl 27 febbraio nell\u2019anno primo della Repubblica Romana fu elevato questo albero con maggiore solennit\u00e0 e pompa nella pubblica piazza detta della Colonna. Alle ore 22 il presidente Tobia Fani Ciotti part\u00ec dal palazzo della municipalit\u00e0 con tutti gli altri componenti , con buon disposto ordine e con gli emblemi da collocare nei giusti siti dell\u2019albero della Libert\u00e0 , con i tamburi battenti, i suoni di tromba e di corni di caccia. Sulla piazza era pronta in arme la soldatesca della truppa civica ed una moltitudine di popolo. Fu elevato un albero bello e superbo con il verde alloro e le bandiere tricolorate della Repubblica Romana: bianco, rosso e nero, l\u2019emblema del berretto rosso scarlattato , una scure dentro il legno e le iscrizioni incise delle parole: Libert\u00e0, Uguaglianza, Vivere liberi o morte, viva la Repubblica Francese. Furono fatti degli encomi, gli spari dei mortaretti, i triplici Evviva. L\u2019assessore generale Pietro Pallini recit\u00f2 ad alta voce una bene estesa e sentita allocuzione, furono recitati altri elogi e poetiche composizioni. Tornarono tutti poi nel palazzo municipale dove fu posta un\u2019altra bandiera tricolorata e vi fu una distribuzione di biscotti, ciambelle, pane e vino a chiunque ne voleva. La sera fu fatta l\u2019illuminazione generale in tutta la citt\u00e0 che si ripet\u00e9 anche il 28 febbraio.<br \/>\nIL PREFETTO CONSOLARE E LE ALTRE AUTORITA\u2019 DELLA MUNICIPALITA\u2019 E DEI PAESI DEL CANTONE DI TUSCANIA<br \/>\nIL PRESTITO FORZOSO DEL TRE PER CENTO<br \/>\nIl 24 aprile vi fu il possesso del Prefetto consolare, il tuscanese Giuseppe Vincenti fu Lorenzo, dottore in legge, addottorato all\u2019Universit\u00e0 di Macerata. Presero poi possesso le altre autorit\u00e0 : Lorenzo Bassi Presidente, Ferdinando Magliani dottore in legge, Giovanni Francesco Persiani Questore, Giuseppe Turriozzi Edile, Giovanni Battista Miniati Aggiunto. Il 28 aprile presero possesso della carica gli Edili e gli Aggiunti di Canino: Francesco Moriconi Edile e Ignazio Orfini Aggiunto, e di Tessennano : Giovanni Paolo Meconi Edile e Giovanni Paladini Aggiunto. Il 5 maggio Giovanni Battista Ciotti, di un altro ramo della famiglia proveniente da Sansepolcro, caporale della truppa dei soldati di Toscanella, in virt\u00f9 dell\u2019ordine scritto dal comandante della truppa francese staziante in questa citt\u00e0, dovette levare a forza con i suoi soldati 200 agnelli dei cittadini fratelli Quaglia e Societ\u00e0 Pasquali che in quella giornata erano in viaggio per Roma. Il 23 maggio Domenico Matteucci fu Pietro da Montelupone, diocesi di Loreto, notaio pubblico, prese possesso per esercitare l\u2019ufficio di scriba, al quale dai membri della Repubblica Romana era stato eletto e destinato nel laico tribunale della curia pretoriale. Il giorno 8 giugno il presidente della Municipalit\u00e0 di Tuscania Lorenzo Bassi dette l\u2019incarico al cittadino Paolo Antonio Olivieri il quale, partendo con due some di formaggio, pi\u00f9 di due quintali, si port\u00f2 in Corneto, diretto al cittadino Agabito Rivolta, Commissario della sussistenza della Truppa francese di Civitavecchia. Gli Ufficiali ed i ministri delle porte furono invitati a lasciarlo passare liberamente senza recargli alcuna molestia. La Municipalit\u00e0 di Corneto con il presidente Giampietro Falzacappa e con Luigi Lucoli il 9 giugno fece il certificato della quantit\u00e0 di formaggio che fu scaricato. Il 12 giugno si svolse a Tuscania il consiglio comunale allargato anche agli amministratori di Canino, Tessennano ed Arlena. Furono presenti per Toscanella Giuseppe Vincenti Prefetto consolare, Lorenzo Bassi Presidente, Giuseppe Turriozzi Edile, Giovanni Battista Miniati Aggiunto, per Canino Francesco Moriconi Edile ed Ignazio Orfini Aggiunto, per Tessennano Giovanni Paolo Meconi Edile e non intervenne l\u2019Aggiunto Paladini per incomodo di salute, per Arlena Luigi Pasquali Edile non intervenne attesa la sua infermit\u00e0. Erano stati invitati dal cittadino Commissario Filippo De Parri, Prefetto consolare del Cimino in Viterbo; si parl\u00f2 anche sugli stimoli, impulsi e minacce che, di continuo, venivano fatti con lettere e proclami dai Membri della Repubblica di Roma acciocch\u00e9 speditamente si pagasse la tassa del Prestito forzato cio\u00e8 le contribuzioni dei ruoli della tassa del tre per cento, fissata sopra le case. Tuscania aveva gi\u00e0, per suo conto, pagato una somma non indifferente per il detto prestito: quasi la met\u00e0 della contribuzione delle case nelle mani del Questore; ogni giorno poi si continuava a ricuotere per corrispondere a quanto veniva richiesto dalle Autorit\u00e0 costituite. Quindi fu detto che se le Comuni di Canino, Tessennano ed Arlena avessero in proposito fatto lo stesso si sarebbe stati quasi prossimi al saldo di tutto. Furono pertanto invitati ad adempiere all\u2019urgenza a scanso di danni che ne potevano avvenire. Risposero i cittadini convocati di Canino che la loro Comune, tassata per il prestito forzoso in scudi 1.800 era stata graziata dal Prefetto Consolare di Viterbo per la met\u00e0 della suddetta tassa ed avendo pagato scudi 481,85, doveva per il residuo ,a compimento di scudi 900 , scudi 418,15 dei quali si sarebbe procurato con la maggiore sollecitudine d\u2019incassare. Tessennano essendo stato ancora graziato con Arlena di scudi 500 dall\u2019Amministrazione Dipartimentale di Viterbo , avrebbe dovuto pagare solamente scudi 950, dei quali avendone sborsati scudi 340 al Questore del Cantone di Toscanella ne rimaneva da pagare scudi 610 per il saldo del Prestito forzato. Pertanto il Cittadino Edile Giovanni Paolo Meconi fu invitato per la trasmissione di detto residuo. Egli replic\u00f2 che, essendo stati tassati i Cittadini Cardelli e Caraceni, per somministrare questo prestito, furono questi poi sgravati della tassa e perci\u00f2 non poteva la Comune di Tessennano corrispondere per tali sgravi e, per la miseria dei cittadini, al saldo della detta tassa, dichiar\u00f2 quindi di ricorrere nuovamente alla centrale ed alla sua Ammnistrazione dipartimentale per ottenere un altro ribasso e che, intanto, non avrebbe tralasciato d\u2019inviare un altro centinaio di scudi per il prestito suddetto.<br \/>\nL\u2019OPERA DEL VESCOVO DI TUSCANIA E DI VITERBO MUZIO GALLO<br \/>\nDal 1785 egli, originario di Osimo di Ancona, si trov\u00f2 a reggere le due diocesi in un periodo pieno di trambusti e di preoccupazioni, anche perch\u00e9 gli occupanti francesi avevano soppresso il 9 luglio 1798 gli Enti religiosi per incamerare i loro conventi ed i loro beni. Pertanto i Francescani Osservanti di Santa Maria del Riposo di Toscanella dovettero trasferirsi dai confratelli a Tarquinia mentre i Francescani Conventuali di San Francesco furono obbligati ad avviarsi dai confratelli di Viterbo.<br \/>\nSITUAZIONE CRITICA E CONFUSA<br \/>\nIl giorno 11 luglio su carta intestata con la scritta \u201e LIBERTA\u2019, RELIGIONE, UGUAGLIANZA\u201c dalla Municipalit\u00e0 di Civitavecchia giunse una lettera firmata dal Preside Campanile indirizzata alla Municipalit\u00e0 di Tuscania con la quale faceva presente che stavano per unirsi molte truppe francesi nella sua citt\u00e0 ed era di grande necessit\u00e0 fornire letti per gli Ufficiali da porre in alcune abitazioni e, non essendo possibile supplire al bisogno con quelli dei civitavecchiesi, si rivolgeva ai tuscanesi invitandoli a mandare sollecitamemte venti letti. Nel settembre del 1798 regnava sovrana la confusione tra i dirigenti della Repubblica Romana; mancava il cibo e la popolazione faceva il confronto con il precedente governo pontificio, sempre molto attento a far in modo che vi fossero i cereali per sfamare il popolo. I Francesi continuarono ad effettuare soprusi, ruberie e requisizioni.<br \/>\nIL GENERALE FRANCESE KELLERMANN<br \/>\nL\u2019ammiraglio inglese Nelson sconfisse ,in agosto, Napoleone nella baia di Abukir durante la campagna d\u2019Egitto e, successivamente, entr\u00f2 nel porto di Napoli. Il 24 novembre l\u2019esercito napoletano pass\u00f2 il confine per occupare la Repubblica Romana con il conte Ruggero de Damas, generale francese al servizio del Regno di Napoli. Le loro truppe entrarono a Roma e a Civitacastellana , che precedentemente era stata occupata dal comandante dell\u2019esercito francese Championnet. Il 17 dicembre, durante questi stravolgimenti di fronte, il generale francese Kellermann , a sostegno della Repubblica Romana, con 800 fanti, uno squadrone di cacciatori e due pezzi di artiglieria si ritir\u00f2 a Vetralla volendo tagliare la strada ai napoletani. Poi si spost\u00f2 a Toscanella entrando in citt\u00e0 dalla contrada del Leone attraverso porta San Leonardo. Quando i francesi arrivarono nella piazza il tuscanese Pietro Caratelli lanci\u00f2 un sasso contro i cavalieri e colp\u00ec un dragone francese nel capo, facendogli cadere l\u2019elmo. Aveva rischiato di far succedere una carneficina e si diede alla fuga. Kellermann, conosciuto l\u2019oltraggio, minacci\u00f2 gravi conseguenze alla cittadinanza qualora non gli fosse stato consegnato il colpevole che fu preso dai tuscanesi e condotto dal generale il quale ordin\u00f2 che fosse fucilato entro tre ore. Si salv\u00f2 poi per l\u2019intervento di un artista girovago che chiese ed ottenne clemenza. Il 18 dicembre i francesi si scontrarono con i napoletani.<br \/>\nLO SPOGLIO DEGLI ARGENTI<br \/>\nCon la presenza dei francesi, nelle popolazioni dello Stato vi fu un enorme impoverimento generale fino alla fame:erano continue le requisizioni militari e le collette obbligatorie. Nell\u2019archivio della cattedrale di Toscanella c\u2019\u00e8 una memoria degli spogli degli argenti che furono tre nel 1796 , nel 1797 e nel 1798. Nel primo del 1796 fu lasciata intatta la cattedrale mediante il pagamento da parte del canonico Don Bernardino Anguillara di 500 scudi d\u2019argento che si pagarono alla Zecca pontificia per ricomprare i sei candelieri con croce di lamina d\u2019argento ed altre gioie sempre d\u2019argento. Nel secondo spoglio si ebbe ancora questo riguardo dovendo pagare per\u00f2 il recupero relativo. Nel 1798 all\u2019arrivo dei francesi fu fatto il terzo spoglio ed il Commissario francese incaric\u00f2 proprioTobia Fani Ciotti che, per la chiesa della citt\u00e0 di Tuscania, effettu\u00f2 uno spoglio totale, molto di pi\u00f9 di quello che gli era stato ordinato, in quanto avrebbe dovuto lasciare almeno il necessario per il culto divino. I calici e gli altri oggetti sacri furono messi nelle casse e sigillati dal Vicario generale con i sigilli della Cancelleria vescovile di Toscanella e consegnati all\u2019incaricato del Tesoriere della provincia. Gli incaricati del trasporto furono i fratelli Valdambrini e Giuseppe Angelo Arrighi. Sparirono cos\u00ec calici, corone, pissidi, turiboli, navicelle, candelieri, croci, immagini, statue,cartaglorie, paci, paliotti, bacili, bucali, messali, ampolline, secchielli, dispersori e vasi. Furono tutti fusi dai francesi per farne le monete.<br \/>\nIL POPOLO DI TUSCANIA, IL GENERALE FLAVIO CECCARINI E I SOLDATI ARETINI<br \/>\nil 9 marzo 1799 Pietro Paolo Brunacci fu Ignazio accett\u00f2 la carica di Edile al posto del rinunciatario Giuseppe Turriozzi. Il 18 aprile su carta intestata \u201eArm\u00e9e d\u2019Italie- Republique francaise- Libert\u00e9- Egalit\u00e9- Arm\u00e9e de la Republique francaise une et indivisible\u201c Sassern\u00f2 , il capo della undicesima brigata di battaglia, comandante militare della Piazza di Viterbo, scrisse alla Municipalit\u00e0 di Toscanella di aver ricevuto il loro foglio dal quale aveva osservato le rimostranze circa l\u2019avviso che il Commissario Tizione aveva fatto pervenire. Aggiunse che la sua Centrale si trovava in penuria di viveri per il mantenimento della truppa francese stazionata a Viterbo e di un\u2019altra che si aspettava, per cui era stata obbligata a spedire ancora il suddetto Commissario nei paesi adiacenti per procurarsene . Non dubitava che il Cittadino Tizioni , vedendo la situazione di Tuscania, avrebbe usato quella \u201edolcefice\u201c che la circostanza esigeva. Il 21 aprile anche gli Agostiniani del convento di sant\u2019Agostino furono obbligati a lasciare Toscanella e dovettero ritirarsi a Tarquinia dai confratelli di San Marco. Dal mese di aprile 1799 ebbe un ruolo importante il generale Flavio Ceccarini in tutta la provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Egli raccolse alcuni volontari per difendere la fascia di territorio dal lago di Bolsena al mar Tirreno. Riusc\u00ec a mettere in fuga un reparto di cavalleria francese formato da 60 militari nel mese di giugno. Anche i soldati Aretini , chiamati \u201eEvviva Maria\u201c , vennero in rinforzo con la cavalleria a Tuscania. Il 28 giugno nel palazzo municipale vi fu la seduta di tutte le 40 famiglie che erano state investite delle Mandre della Tenuta comunale di Pantalla, ognuna delle quali era di 20 rubbi, ettari 37. Le autorit\u00e0 costituite erano rappresentate da Vincenti Prefetto Consolare, Rosati Presidente, Brunacci Edile e Miniati Aggiunto. I Cittadini partecipanti furono: Vincenzo Campanari, Giuseppe Brunacci, il Canonico Don Filippo Pettirossi, Giovanni Francesco Persiani anche come agente di Ercole , cardinale nel 1800, e di Andrea Consalvi e di Francesco Pocci, Giuseppe Turriozzi, Carlo Brunacci, Cristoforo Nodler, Francesco Sarnani, Francesco Eusepi, Lorenzo Bassi, Cesare Dottarelli, Giuseppe Zenti come agente di Silvestro Silvestrelli e dei fratelli Andreani, Filippo Danielli, Giovani Battista Miniati, la vedova Lucenti, Angelo Antonio Persiani, i fratelli Antonio e Carlo Antonio Quaglia anche per la societ\u00e0 Domenico Valdambrini e Pasquali, Giuseppe Arrighi per la mandra delle sorelle Pasquali, i fratelli Domenioc e Don Giovanni Paoletti, il canonico Don Francesco Cicoli, Rosato Rosati anche per la sorella Caterina in Vasconi, Giovanni Pietro Giannotti, Ferdinando Magliani, Pietro Paolo Brunacci, il canonico Don Giovanni BattistaTozzi e Tobia Fani Ciotti. Essendo terminata la carne di agnello nel pubblico mattatoio , gestito dai Cittadini possidenti delle masserie di pecore che avevano pascolato le erbe nel territorio di Toscanella, era necessario provvedere il macello di altra carne per il consumo della popolazione. Si decise che i partecipanti delle Mandre di Pantalla avrebbero macellato a conto proprio una vacca per ciascun interessato a provvedere cos\u00ec al bisogno delle carni. Furono stabiliti anche i prezzi delle vaccine e delle vitelle. Il giorno seguente furono intimati quelli che non avevano partecipatoalla seduta: l\u2019Arciprete Don Dottarelli per s\u00e9 e per gli Eredi di Stefano e Domenico Silvestrelli, il canonico Don Marco Antonio Giannotti, il Primicerio Don Bernardino Anguillara, Veriano Marcelliani, Camillo Marcelliani, gli Eredi Sante e Marzio De Sanctis e Vincenzo Turriozzi, se avessero voluto somministrare una vaccina cadauno. Tre giorni dopo accettarono la proposta e tutto il popolo fu rifornito della carne. Il 4 agosto Viterbo era nuovamente papalina e Monsignor Giovanni Battista Bussi dal capoluogo ed il comandante Ceccarini da Canino chiesero la biada per la cavalleria, perch\u00e8 era finita. Inoltre Ceccarini organizz\u00f2 a Tuscania una leva di 25 uomini volontari, tramite Bernardino Meconi, sotto la responsabilit\u00e0 del governo provinciale pontificio ed ordin\u00f2 di somministare loro cavalli ed armi ripromettendo di far restituire tutto alla fine della guerra. Il 7 di agosto una colonna di 150 francesi da Ronciglione, via Vetralla, si diresse a Toscanella ma, arrivata nelle vicinanze, fece rapidamente dietrofront a Roccarespampani in quant\u00f2 trov\u00f2 tutti i cittadini tuscanesi sul piede di guerra e pronti a riceverli a schioppettate per tutto il loro malgoverno e le loro angherie. Il giorno seguente, 8 agosto, festa dei santi martiri protettori Secondiano, Veriano e Marcelliano, i francesi si avvicinarono nuovamente alle mura: erano attesi da 180 tuscanesi e da 45 aretini tutti armati. Ci fu uno scambio di colpi poi gli scaltri aretini, con un\u2019audace sortita, presero alle spalle i francesi che si dispersero in fuga lungo la strada per Vetralla. La battaglia dur\u00f2 un\u2019ora e mezza e caddero sei francesi. Quando la battaglia era vinta arrivarono altri 130 aretini e i Cavalieri di Ceccarini. Nella Gazzetta Ufficiale di Firenze n. 75 del 24 agosto 1799 fu pubblicato :\u201c Il restante dell\u2019esercito del comandante generale delle truppe alleate con la cavalleria e la fanteria teneva a bada da giorni il nemico francese e sosteneva la piazza di Tuscania dove il popolo tutto, animato e diretto da quella porzione di soldatesca toscana, l\u00e0 antecedentemente spedita da Viterbo, fece la maggior resistenza e, con una sortita eseguita dalla cavalleria toscana, fu costretto il nemico a ristorarsi a Vetralla.\u201c Il 14 agosto il nuovo governo provvisorio di Toscanella deliber\u00f2 di soddisfare le truppe aretine, di stanza nella cittadina per guarnirla, dando loro il soldo. Non essendoci denaro nella cassa del deposito comunale i fratelli Carlo Antonio ed Antonio Quaglia anticiparono mille scudi, ad interesse, al Comune con l\u2019obbligazione. Nel contempo si deliber\u00f2 di dare ai soldati del capitano Magliani dei pagliericci : ad ogni militare un sacco pieno di paglia per dormire e ci pensarono i Cittadini possidenti. Il 30 agosto i padroni dei forni erano esausti dovendo fornire tanto pane per il consumo delle truppe; soltanto il forno dei fratelli Quaglia in Poggio continuava a fare il pane, ma non era sufficiente per cui fu incaricato Vincenzo Campanari a ricevere i grani dei grandi agricoltori tuscanesi per far preparare il pane. Le quotidiane spese nelle circostanze di guerra avevano estenuato la cassa pubblica. Nel frattempo Luigi Turriozzi fu incaricato di requisire la biada a consumo delle truppe, Rosato Rosati a requisire il fieno e Giovanni Francesco Eusepi i cavalli. Il 3 settembre i fratelli Quaglia esigettero una scrittura annuale a copertura dei loro crediti: si doveva ancora somministrare le razioni per i soldati che erano in citt\u00e0 a difesa della medesima e fu allora di nuovo dato loro incarico, per altri 15 giorni, di sfamare, con il pane, il popolo e la truppa. Il 16 settembre V. Ciccognani , Commissario di guerra nella Divisione Romana, scrisse alla Municipalit\u00e0 di Tuscania di mandare da lui il giovane Agostino Magliani ,con il suo certificato di nascita, per potergli dare l\u2019equipaggio di guerra. Un\u2019imponente quantit\u00e0 di opere d\u2019arte italiane: statue, busti, manoscritti preziosi passarono alla Repubblica francese: I commissari francesi dell\u2019Armata d\u2019Italia, addetti alle requisizioni, avevano effettuato un lavoro sistematico di spoglio nelle chiese dello Stato Pontificio. Il 29 settembre ebbe fine il governo della Repubblica Romana ed i francesi tornarono nella loro patria. Qualche giorno dopo Tobia Fani Ciotti fu citato davanti al Vicario Generale di Toscanella, Don Francecso Antonio Turriozzi, per fargli pagare gli argenti asportati . Rispose che tutti i suoi beni in Tuscania erano stato affittati e pretese che quello non fosse un giudice competente. Il Supremo tribunale della Segnatura apostolica e l\u2019Uditore del Papa decisero che, ratione delicti, non era il Vicario Generale di Toscanella il giudice competente. Una milizia del cardinale Ruffo di Calabria voleva arrestare tutti i repubblicani viterbesi e Tobia si salv\u00f2 nascondendosi in un sepolcro dentro una chiesa di Viterbo. Poi di notte fugg\u00ec e si port\u00f2 in Francia. Rientrato in Italia mor\u00ec tragicamente accoltellato a Spoleto il 30 ottobre 1799. Fu sepolto nella tomda di famiglia nella chiesa di San Sisto a Viterbo.<br \/>\nRITORNO DELL\u2019AMMINISTRAZIONE PONTIFICIA<br \/>\nIl 4 novembre 1799 Don Giovani Battista Bussi , Governatore provvisorio di Viterbo, scrisse ai deputati del Governo provvisorio di Tuscania che, atteso il passaggio per Viterbo di una numerosa truppa russa nel giorno seguente, abbisognava che all\u2019istante venissero spediti a Viterbo 12 carri armati e rubbia 32 di biada 64 quintali. Il 6 gennaio 1800 furono nuovamente assegnate le cariche per cui il Consiglio comunale di Toscanella fu diretto dal Gonfaloniere Carlo Brunacci e dagli assessori Veriano Marcelliani e Domenico Paoletti. Si deliber\u00f2 sull\u2019aumento delle razioni per i 24 soldati della cavalleria imperiale, acquartieriati in Tuscania, a forma della lettera istruttiva del Sottotenente Colonnello di Kereches. Furono predisposti i trespoli , le tavole e le coperte per i soldati oltre al fieno, alla biada ed alle razioni perch\u00e8 l\u2019acquartieramento dur\u00f2 per tutto l\u2019inverno.<br \/>\nMATILDE SQUARTI VEDOVA DI TOBIA FANI CIOTTI<br \/>\nNel 1792 fu sepolto a Toscanella nella cappella di famiglia il diciasettenne Sforza figlio di Tobia e di Matilde. Nel 1804 questa patrizia romana , madre di Tommaso del 1785, Teresa del 1784 e Maria Paola nata e battezzata a Tuscania nel 1787, ottenne la cancellazione del fidecommesso dell\u2019antenato Sforza Ciotti del 1580 . La vedova cos\u00ec pot\u00e9 vendere a Giuseppe Angelo Arrighi fu Carlo, romano, continuo abitante nella citt\u00e0 di Toscanella, 37 beni immobili di Toscanella per pagare la dote di 3.000 scudi al futuro sposo di Teresa, il marchese Bartolomeo Especo y Vera ed altri 3.000 scudi per la figlia Maria Paola: 18 case, 3 botteghe, 14 terreni e 2 giardini. Tra questi una casa al Grottone con i magazzini, altre in Poggio, al Pozzo bianco, nella contrada Piazza, a Fontana secca, una vigna alla Moletta con la mola a grano, il grande orto tra la chiesa di San Biagio e le mura castellane, una bottega con un magazzino nella piazza del Cardinale, un giardino nel terziere di Poggio, un molino ad olio, un pezzo di terra sotto le mura castellane, le vigne di Fosso Cavaliere e dell\u2019Olivo, la chiusa dell\u2019Ortaccio, il prato di San Lazzaro, la reclusa del Cupellaro, terreni a Valvidone, nel colle di San Pietro, nelle contrade Maschiolo, Piastrella, Valle dell\u2019Oro, e nel piano di Santa Maria. Sicuramente un pezzo prestigioso fu il giardino , ora Gambi e Sensi. I Fani svernavano a Tuscania per il clima pi\u00f9 mite in confronto con quello di Viterbo e, nel loro giardino, crescevano i limoni e i melangoli. Si trovava a due passi dal loro grande palazzo ed era posto al riparo dai venti freddi di tramontana e dal forte marino e godevano un paesaggio straordinario,quasi magico. Nel 1743 il suocero di Matilde, Tommaso Fani, aveva fatto scolpire un grande cartiglio con la scritta \u201e DEUS NOBIS HAEC OTIA FECIT 1743\u201c e due grandi stemmi. L\u00e0 i Fani trascorrevano ore di svago con parenti ed amici: c\u2019era la stanza ad uso Caff\u00e9 Haus , un grottesco, la fonte, l\u2019uccelliera, uan fontana, un magazzino per riporre i vasi degli agrumi, 11 piante di melangoli, piante di arance a spalliera, 22 piante di diversi frutti, un moro gelso, una mola per macinare le olive che veniva girata da un cavallo e c\u2019era anche l\u2019acqua di ricasco per la coltivazione delle piante. Matilde si avvalse per quella non facile impresa della cancellazione del fidecommesso dell\u2019amocizia dei concittadini tuscanesi il cardinale Ercole Consalvi e l\u2019allora Monsignore Fabrizio Turriozzi, in seguito anch\u2019egli cardinale. La ragione di quella cancellazione fu il poter vendere moltre propriet\u00e0 in Toscanella per formare la dote di tremila scudi a ciascuna delle due figlie : Teresa che mor\u00ec nel 1806 dopo aver messo al mondo nel 1805 la figlia Giacinta; Maria Paola che fu sposa di Raimondo Spreca . Il figlio Tommaso prese in moglie la principessa Eleonora Spada e nel 1811 nacque il loro figlio Vincenzo, impegnato poi nella carriera diplomatica e marito di Elmira Misciatelli di Geremia.<br \/>\nTOMMASO FANI CIOTTI 1775-1850<br \/>\nNel 1817 la sua propriet\u00e0 era di rubbi 659, ettari 1.218 a Tuscania. Nel 1855 coltiv\u00f2 e produsse grano a Toscanella per un totale di rubbia 279, quintali 816, di cui rubbia 150 a Castel Ghezzo, 92 a Pantalla, 16 all\u2019Acqua Rossa, 1 al Fosso Cavaliere e 20 alla Comunella. Fu Gonfaloniere di Viterbo.<br \/>\nVINCENZO FANI CIOTTI 1811-1875<br \/>\nStudi\u00f2 nel convitto dei Gesuiti per 5 anni a Viterbo e poi a Roma nella facolt\u00e0 di filosofia nell\u2019Universit\u00e0 Gregoriana, quindi Giurisprudenza alla Sapienza dove approfond\u00ec il diritto civile e canonico. Nel 1835 socio dell\u2019Accademia Filarmonica viterbese, nel 1836 dell\u2019Accademia di Scienze, lettere ed arti degli Ardenti di cui nel 1860 fu Presidente. Fu Gonfaloniere di Viterbo. Nel 1859 coltiv\u00f2 e produsse grano a Tuscania per un totale di rubbia 494, quintali 1.482, di cui rubbia 50 alla Lega, 320 a Castel Ghezzo, 106 alla Comunella e 16 a San Lazzaro. Nel 1864 fu eletto Presidente della viterbese Accademia Filodrammatica . Fu consigliere municipale a Toscanella ed a Viterbo e consigliere provinciale. Governatore dell\u2019Ospedale Grande degli infermi, deputato del Brefotrofio, dell\u2019Orfanotrofio e di altri Istituti. Il 15 gennaio 1875 cos\u00ec fu scritto nel giorno della sua morte:\u201c Scem\u00f2 una di quelle vite il cui tramonto si trasse dietro il pubblico e generale lamento. Il conte Vincenzo sorpreso da apoplessia a 63 anni chiudeva una vita che nessuno avrebbe potuto n\u00e9 osato appuntare. Religioso di una piet\u00e0 sinceramente e francamente cattolica, posta pi\u00f9 volte al cimento, n\u00e9 giammai vinta n\u00e9 scossa; onesto nella privata, integerrimo nelle pubbliche condizioni in cui spesso ed a lungo ebbe a trovarsi; affabile nei modi ed aperto, di carattere benevolo, conciliativo; marito e padre affettuosissimo; colto di studi sani, enza ambizioni n\u00e9 fasto, merit\u00f2 la stima e l\u2019affetto die suoi concittadini, la loro simpatia nei domestici lutti , il compianto universale nella sua morte. La sorella Marchesa Teresa Fani Ciotti moglie del marchese Luigi Davia, che era giunta da Bologna e i Conti Fabio e Girolamo figli del compianto Conte Vincenzo resero le pi\u00f9 sincere e fervide grazie delle onorevoli e benevole dimostrazioni usate all\u2019estinto Padre e fratello.\u201c<br \/>\nMARIO FANI CIOTTI 1845- 1869<br \/>\nFiglio primogenito di Vincenzo e di Elmira Misciatelli . Studi\u00f2 a Roma nel convento dei Benedettini di San Paolo fuori le mura. Termin\u00f2 gli studi dai Gesuiti a Viterbo dove fond\u00f2 il Circolo Santa Rosa e a Bologna, insieme a Giovanni Acquaderni, la Societ\u00e0 della giovent\u00f9 cattolica. Anche il fratello Fabio fu partecipe e prosecutore divenendo presidente del Circoli dopo la morte del fratello. Il giorno 8 settembre 1921 fu posta questa lapide: \u201eMentre la Societ\u00e0 Giovent\u00f9 cattolica italiana fondata nel 1868, benedicente Pio IX Pontefice Massimo, dal Conte Mario Fani Ciotti, tributa onore in Viterbo al suo fondatore con una lapide in Santa Rosa, con una corona nella tomba gentilizia , il Conte Gr. Cr. Girolamo Fani Ciotti cameriere segreto di spada e cappa di Sua Santit\u00e0, unico fratello superstite, commosso per il rievocarsi di tante memorie, rende fervide grazie con animo riconoscente.\u201c Il 2 maggio 1953 venne l\u00ec posta un\u2019altra lapide con la sua effigie in bronzo e la frase di papa Pio XII: \u201e Nel lontano 1868, in una notte di preghiera nella Chiesa di Santa Rosa a Viterbo, spunt\u00f2 dal cuore di Mario Fani Ciotti il primo fra i rami che oggi potrebbero meglio chiamarsi la prima radice del robusto tronco dell\u2019Azione Cattolica unitaria\u201c<\/p>\n<p>GIROLAMO FANI CIOTTI 1854- 1922<br \/>\nUltimogenito di Vincenzo ed Elmira, nacque nel 1854 e spos\u00f2 Isabella Moroni dei conti di Boiano. Nel 1924 i loro figli, nobiluomini Mario, Paolo ,e Federico vendettero la parte del tenimento denominato Buongiorno di rubbia romane 15, ettari 28, ai contadini con il pagamento in 7 anni. Altri 10 rubbi, 18 ettari, furono concessi in sublocazione fino al 1927 ad altri ex combattenti della prima guerra mondiale che pagarono il loro subaffitto agli affittuari Pietro Conti e Valerio Galassi. Nel 1925 Mario, Eleonora, Paolo e Federico figli del fu Girolamo insieme alla loro mamma Isabella Moroni fu Federico erano propietari di ettari 768 a Tuscania: un ettaro di vigna al Fosso Cavaliere, un altro alla Moletta, 4 seminativi alla Doganella,102 con pascolo a Poggio Martinello, 524 seminativi, pascolo e bosco con la casa colonica a Castel Ghezzo, 34 pascolo a Pantalla, 31 seminativi al Crivello,42 seminativi a Bongiorno , 2 al Prato lungo e 27 seminativi e prati a Campo Lungo. Avevano concesso in enfiteusi perpetua agli ex combattenti dei terreni seminativi nella contrada Valvidone. Nel 1946 si formarono 4 poderi con le case colomiche venduti a Silvestro Veroni, Secondiano Acciaresi, Leopoldo Giuliacci e Settimio Settimi. Nel 1954 Francesco Sartori geometra e perito agrario di Tuscania scrisse che i conti Fani Ciotti furono sempre benevoli verso i braccianti agricoli ed affittarono una tenuta ad una cooperativa agricola. L\u2019Ente Maremma negli anni 1950 espropri\u00f2 loro 216 ettari, un quarto del loro patrimonio, che furono assegnati ad altri agricoltori. Nel 1954 le terre rimaste erano affittate e condotte da agricoltori ben attrezzati che coltivavano con maestria ottenenedo buone produzioni. Nel corso del 1900 ed all\u2019inizio del 2000 i terreni di Castel Ghezzo erano di propriet\u00e0 dei conti Fani Ciotti e delle sorelle Maria Isabella ed Isabella Valdettaro figlie di Eleonora Fani Ciotti e di Giulio Valdettaro della Rocchetta dei marchesi di Genova. Maria Isabella era sposata con Eraldo Barosini mentre Maria Isabella era una modella e fu vincitrice di Miss Italia nel 1951, moglie di Adelmo Risi Ferreyros ambasciatore del Per\u00f9 in Vaticano. Il procuratore era Eraldo Barosini coadiuvato da Adelmo Risi Ferreyros, gi\u00e0 ambasciatore del Per\u00f9 presso la Santa Sede, e da Carlo Billeci che gestivano l\u2019azienda denominata \u201eCentro Agricolo San Paolo\u201c . Nel 2025 il terreno e l\u2019azienda sono stati acquistati dall\u2019imprenditore Piero Camilli ed investiti ad impianti fotovoltaici che sfruttano l\u2019energia solare per produrre energia elettrica.<br \/>\nVINCENZO FANI CIOTTI 1888- 1927<br \/>\nFiglio di Fabio del 1849 e nipote di Vincenzo del 1811, comp\u00ec gli studi nel Collegio di Mondragone e nel 1911 ader\u00ec all\u2019Associazione Nazionalista Italiana. Nel 1913 consegu\u00ec la laurea in legge all\u2019Universit\u00e0 di Bologna e nel 1916 conobbe a Viareggio Emilio Marinetti e ader\u00ec con entusiasmo al movimento futurista. Intraprese il nuovo indirizzo letterario scrivendo \u201eArchi voltaici\u201c firmandosi Volt. Scrisse poi il manifesto \u201e Del funambolismo obbligatorio o aboliamo i piani delle case\u201c nel 1918, \u201eL\u2019antiscuola\u201c nel 1919 ed il \u201e Manifesto della moda femminile futurista\u201c nello stesso anno.<br \/>\nMARIO FANI CIOTTI 1891- 1969<br \/>\nFu Reggente dell\u2019Accademia degli Ardenti di Viterbo e Presidente del Centro Internazionale di ricerche storiche ed archeologiche. Ebbe sette figli dalla contessa Maria Vittoria Castelli Mandosi Mignatelli, patrizia romana, nata nel 1904 a Siena. Si sposarono nel 1925 nella cappella del palazzo Torlonia a Roma. Ebbero sette figli :fu scritto che ella fu affabile con i dipendenti, amabile con le amiche, caritatevole con i poveri, e in famiglia si respirava un\u2019aria di pace, curava assiduamente i figli anche con il catechismo e le materie d\u2019insegnamento primario . Mor\u00ec nel 1940 al settimo mese di gravidanza dell\u2019ottavo figlio. Due loro piccole figlie : Cristina ed Antonietta, erano volate in cielo nella primissima infanzia, alla bambinaia del piccolo Luigi, l\u2019ultimo nato, di 15 mesi, raccomand\u00f2 premuramente di continuare ad averne sempre pi\u00f9 amorosa cura. Chiam\u00f2 le due figlie Isabella dodicenne e Teresa di 8 anni che studiavano a Ciampino, volle che per il suo funerale non la portassero in citt\u00e0 ma nella piccola chiesa campestre della parrocchia: Santa Maria dell\u2019Ellera in Viterbo. Il marito ,Mario, e i figli Girolamo quattordicenne e Giovanni di 5 anni, furono prostrati dal dolore per la tanto immatura morte . I figli di Giovanni del 1935 e di Fabrizia Pocci: Mario con il figlio Fabio, Fabio e Filippo con i figli Giovanni ed Alasia possiedono ettari 180 a Castel Ghezzo mentre Luigi del 1938, sposato con Daniela Ionita, i cui figli sono Vittoria, Sebastiano e Mario, \u00e8 proprietario dell\u2019antico palazzo del 1500 nel terziere di Poggio fiorentino a Tuscania dove si svolgono manifestazioni culturali ed artistiche. Nel 2026 nei terreni delle localit\u00e0 Castel Ghezzo, Comunella e Poggio Martinello in Tuscania sono stati realizzati alcuni impianti fotovoltaici.<\/p>\n<p>FONTI E BIBLIOGRAFIA<\/p>\n<p>ASVT Archivio di Stato di Viterbo<\/p>\n<p>ASVT Notaio Carlo Banconi<\/p>\n<p>ASVT Notaio Orazio Scalpelli<\/p>\n<p>ASVT Notaio Filippo De Romanis INVENTARIO BENI FANI CIOTTI ANNO 1775<\/p>\n<p>ANNA LIVIA MARCOMENI L\u2019amore, il potere, la nobilt\u00e0<\/p>\n<p>NORIS ANGELI Famiglie viterbesi. Storia e cronaca. Genealogie e stemmi<\/p>\n<p>ACAT Archivio capitolare di Tuscania<\/p>\n<p>AVET Archivio vescovile di Tuscania<\/p>\n<p>ASCOT Archivio storico del Comune di Tuscania<\/p>\n<p>SECONDIANO CAMPANARI Tuscania e i suoi monumenti<\/p>\n<p>PIERO LANZETTA Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni<\/p>\n<p>ARTEMI PIETRO Cenni biografici del conte Vincenzo Fani Ciotti colle memorie della famiglia<\/p>\n<p>LA GAZZETTA DI VITERBO<\/p>\n<p>PADRE CASIMIRO DA ROMA Della chiesa e del convento di Santa Maria del Riposo presso a Toscanella<\/p>\n<p>GIUSEPPE SIGNORELLI Viterbo dal 1789 al 1870<\/p>\n<p>PIETRO TACCHI VENTURI della Compagnia di Ges\u00f9 In memoria della contessa Maria Vittoria Castelli Mandosi Mignanelli nei Fani Ciotti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Mauro Loreti VINCENZO FANI 1661-1713 Fu battezzato a Tuscania nell\u2019estate del 1661, figlio di Tommaso Fani e di Ortenzia Ciotti, nella cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo. 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