(Mauro Loreti) Si trova in quella che allora era una posizione strategica, sul fiume Marta, lungo l’antica strada che portava a Corneto (Tarquinia). I collegamenti tra la Tuscia ed il mare erano molto importanti. Fu costruita dai Benedettini nel Novecento quando Tuscania era la più vasta diocesi a nord di Roma. I monaci che erano dell’ordine di San Benedetto da Norcia, poiché c’era carenza di persone che lavorassero la terra , iniziarono a coltivare le campagne deserte e boscose, le dissodarono e seminarono i cereali, le scassarono e vi piantarono le viti, gli olivi e le piante da frutta. Chiamarono in loro aiuto altri agricoltori ed il monastero prosperò nel servizio di Dio. Con i Benedettini risorse l’agricoltura. Accanto alla preghiera pubblica corale , a quella individuale e privata ed alla lectio divina, la lettura della volontà di Dio, la giornata era segnata anche dalla fatica del lavoro manuale: ora et labora!  Nella vita benedettina contava soprattutto l’umiltà e l’obbedienza all’abate nell’amore fraterno e scambievole con i monaci che l’abate regolava con severità, ma con una discrezione sapiente.

Il disegno della chiesa è elegante e geometrico. Le murature sono in conci di tufo ben tagliati. Anche gli elementi curvilinei presentano un taglio regolare e levigato. Sull’architrave della facciata c’è l’iscrizione dedicatoria : si ricorda il monaco e levita Raniero che fece costruire la chiesa e l’abbazia ai tempi dell’abate Alberico:” RAYNERIUS LEVITA ET MONACHUS HOC OPUS FIERI IUSSIT TEMPORIBUS R. P. D. ALBERICI HUMILIS ABBATIS”. E’ ad un’unica navata longitudinale con le finestrelle. Il presbiterio, che si stacca dalla navata con un grosso arco, era per i monaci, l’intermedio per i conversi ed i novizi e la terza parte, più vicina al portale, per gli ospiti, per i pellegrini e per i malati. All’entrata della chiesa vi sono due fornaci per la fusione delle campane, visibili dai cristalli. Il transetto è coperto da tre volte a crociera con l’intersezione delle volte a botte con i quattro scomparti triangolari, detti vele. Le tre absidi sono costruite in filari di conci di tufo. La cripta cluniacense benedettina è sotto la zona absidale, a tre celle rettangolari con le volte sempre a crociera. Dal 1146 fu dei monaci Cistercensi di San Bernardo di Chiaravalle , il grande mistico, il maggior garante dell’osservanza della regola di San Benedetto , qui giunti da Fontevivo di Parma. Gli artigiani ed i capomastri che vennero con loro erano di provenienza comacina. Oltre alla chiesa fanno parte dell’abbazia la sagrestia, la torre campanaria, benedettina, che era alta più di quaranta metri , dalla quale si poteva comunicare con le altre torri di San Pietro e di Roccarespampani, il chiostro con le colonnine ed i capitelli a stampella, di forma trapezoidale, che poggiano sul fusto delle colonne e si spandono verso l’alto per sostenere l’imposta degli archi sovrastanti, la sala capitolare, il parlatorio, lo scriptorium, il refettorio, il cellarium, i dormitori per ventiquattro monaci e per ventiquattro conversi, l’hospitium, il campo cimiteriale. La chiesa è dedicata a San Giusto monaco dell’Abbazia benedettina di Novalesa in Piemonte. Egli fu vittima nel 906, insieme al confratello Flaviano, dei saraceni musulmani che occupavano l’Andalusia e la Provenza. Questo monastero fu un’oasi di santità, cultura, pace e carità. Fu centro di vita religiosa e scuola di agricoltura e di manifattura.

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