Mons. Giuseppe Ricci nacque a Tuscania il 18 dicembre 1921. Venne ordinato sacerdote nelle basilica di S. Pietro a Tuscania il 29 giugno 1946 dal vescovo Mons. Adelchi Albanesi.
Per lunghi anni svolse l’attività di Priore della Collegiata di S. Maria Maggiore (SS. Martiri), succedendo nel febbraio 1949 a Don Giuseppe Cupelli.
Qui Don Giuseppe Ricci svolse un intenso apostolato, prima presso l’Oratorio S. Luigi, poi come educatore tra i giovani della locale Azione Cattolica. Promosse varie attività culturali e sportive tra i numerosi giovani che frequentavano il circolo ACLI. Ricordiamo la fondazione di scuole serali negli ambienti della parrocchia ed il sostegno fornito ai giovani nelle discipline sportive, come la pallavolo, l’atletica leggera, ma soprattutto con la creazione della squadra di calcio “Fulgur”, dove Don Giuseppe coinvolse numerosissimi giovani e tecnici sportivi locali.
Il 15 ottobre 1962 il vescovo Mons. Adelchi albanesi lo nominò Delegato vescovile della diocesi di Tuscania.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita fungendo da padre a tanti ragazzi ospiti dell’”Istituto Sacro Cuore” di Capodimonte, fondato da Mons. Leopardo Venturini ed a questi succeduto nella direzione dell’Istituto (dicembre 1966). Don Giuseppe continuò l’opera di Don Leopardo, acquistando un altro appezzamento di terreno confinante con l’Istituto S. Cuore per crearvi nuove aule scolastiche per i suoi ragazzi.
Dopo essere stato nominato Monsignore (cappellano di Sua Santità), il 25 maggio 1978 il vescovo lo scelse come vicario generale per la diocesi di Viterbo e Tuscania; e tale incarico svolse fino alla morte, che lo colse il 2 giugno 1983dopo un breve ricovero presso l’Ospedale Civile di Montefiascone.
Lo ricordiamo con le parole che il vescovo, Mons. Luigi Boccadoro, pronunciò nel Duomo di Tuscania, in occasione delle esequie funebri.
“È un dolore vivo l’imprevista morte di Mons. Giuseppe Ricci, a poco più di 61 anni di età. Nonostante le diligentissime, assidue e moderne cure del Prof. Pugno, della sua équipe e di tutto il personale paramedico dell’Ospedale Falisco, egli non è riuscito a superare suoi antichi, palesi e reconditi mali. Inveterati e irriducibili, essi hanno abbattuto una vita ancora giovane che pure ci aveva dato, in questa degenza durata 17 giorni, alterni momenti di timore, di fiducia in Dio, contro ogni umana speranza, di un superamento e di una ripresa.
Egli, cosciente e consapevole, da quel buono e pio Sacerdote qual era, aveva affermato di accettare la croce di una anticipata chiamata all’eternità, croce che, in vita, lo aveva contraddistinto e privilegiato; assimilato e configurato, nella sua fisionomia spirituale e fiducia, a Cristo e che ora, in morte, lo unifica al Divino Paziente nel sacrificio del Calvario.
E così, quest’Anno Santo, che ci fa contemplare il Crocifisso, ha fatto partecipare questo nostro Confratello e la nostra stessa Chiesa, a quell’oblazione salvifica.
La perdita per la Chiesa locale è assai grave: per la giovane età; per l’Ufficio di Vicario Generale, un servizio – impegnativo, ingrato e difficile – che aveva svolto con zelo e passione; per le sue risorse di mente e di cuore; per l’opera di carità benefica, che aveva impiantato col suo amico e maestro Mons. Leopardo Venturini, a Capodimonte, e che aveva tirato avanti con corrisposta fede nella Provvidenza Divina.
La nostra partecipazione alla Passione e Croce di Cristo, in questo Anno Santo, è tanto più significativa, proprio perchè più costosa.
Ci si può chiedere: perchè la Croce? In realtà a rimediare a tutto il male, a tutto il peccato del mondo, sarebbe bastata una goccia di sangue, o una sola lacrima, anzi un solo atto d’amore dell’Uomo-Dio, perchè ogni sofferenza nella sua umanità, riceveva un valore infinito dall’Io divino cui apparteneva. Ci troviamo davanti al mistero della Croce. Sempre mistero. Mistero che, forse, può capire chi, in qualche modo, ha fatto o visto un’esperienza di dolore abbracciato con amore e per amore.
I Santi sono coloro che hanno fatto meglio questa esperienza e hanno capito di più la Croce. Ma anche certe madri, certi padri di famiglia, certi giovani fiorenti “come gigli tra le spine “, certi Sacerdoti, certe anime consacrate che si sono immolate nella penombra dei chiostri come la nostra Sr. Maria Gabriella, beatificata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio nella Basilica di S. Paolo o come questo nostro pio Confratello a cui rivolgiamo l’estremo saluto.
Bisogna pregare il Signore di farci capire e amare il mistero della croce che sta in ogni vita, specialmente nell’ora della prova, fisica o morale che sia.
Se uno in quell’ora capisce e cerca, in silenzio, di conformarsi a Cristo. diventa non solo più cristiano, più Sacerdote, ma anche più umano. Questo è il messaggio che colgo da questa preziosa morte. Cristo Redentore è “un modello di vita per l’uomo”.
San Tommaso, quando cerca di spiegare le ragioni della Croce, insiste sull’esemplarismo che Cristo doveva e voleva offrirci perché, come raccomanda S. Pietro, seguissimo “le sue orme (1 Pt 2,21). Tutto questo discorso e questa vita del Vicario, non spenta ma trasformata, si può riassumere così: perchè la Croce ci insegnasse a vivere, ad amare, a capire, a maturare, a essere uomini responsabili, ad abbandonarci generosamente nelle braccia del divino beneplacito. “Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta. Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio!” Così – mi aveva una volta confidato Don Giuseppe – deve essere la vita del Sacerdote. E’ la Croce a scegliermi; a noi l’abbracciarla.
Il mistero della Redenzione, che si attua nella Croce, si rinnova, si fa presente, si riattualizza sacramentalmente nel mistero dell’Eucaristia che è il mistero della Redenzione: Cristo è presente realmente sotto segni sacramentali, pane e vino.
Il mistero dell’Eucaristia e della Redenzione Mons. Ricci lo celebrò fedelmente per 37 anni. Egli, da questo vertice e da questa dolorosa esperienza, sembra dirci: – Guardate, o fratelli, che il vertice del creato, costituito dall’Incarnazione, è qui presente. Il centro dell’economia della salvezza, il mistero pasquale, è qui presente. La Croce è qui presente. La gloria di Cristo risorto è qui presente. La fonte della vita e della risurrezione universale è qui presente. Il punto d’equilibrio e d’armonizzazione dell’universo, il Verbo eterno di Dio, è qui presente. Il principio energetico “da cui tutte le cose hanno origine” è presente nell’Eucaristia, onde il prete sia servo buono, fedele, prudente, povero, obbediente, casto, come Cristo.
Erano queste le riflessioni cui inclinavo l’animo a quelle prime notizie, colme di ansia, del ricovero urgente di Mons. Giuseppe Ricci, la domenica 15 maggio a Milano (Congresso Eucaristico) e pregavo che trovasse nell’Eucaristia, come avvenne, la forza dell’accettazione della Croce.
Il Redentore presente nell’Eucaristia è infatti, un segno di speranza per il mondo in tutta l’ampiezza di dimensioni, sul piano umano, spirituale, temporale, storico, cosmico, escatologico: ma al centro di questa economia di salvezza, vi è il Sacerdote, vi è l’uomo; sempre il Sacerdote, e ogni uomo, perchè il Sacerdote e l’uomo portano in sé una capacità d’infinito e di bisogno di eterna misericordia: alla fine, dopo tanto agitarsi e tanti affanni, come lui, Don Giuseppe, “riposeremo”.
Sentiremo gli angeli, vedremo il cielo che sfolgorerà di diamanti, vedremo tutto il male della terra e tutte le nostre sofferenze annegare nella misericordia che circonderà il mondo… e la nostra vita diventerà serena, tenera, dolce, perché contemplerai, faccia a faccia, il tuo Dio e Cristo; caduti anche i sottili veli del pane, sarà tutto in tutti, così, com’è!
Il Cristo della Croce e dell’Anno Santo, dell’Eucaristia e della Redenzione, ci dà la certezza che non si tratta di un sogno e che veramente nulla si perde di ciò che con lui si è fatto e sofferto sulla terra; per questo possiamo ancora una volta ripetere che in Lui è il segno infallibile di una speranza che non può morire. La misericordia di Dio ci circonda sempre. Cristo, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza, ci precede aprendoci la strada della vera e piena umanità.
Lo spirito di Dio ci rinnova interiormente dandoci la capacità di arrivare ad essere in questo mondo veri figli di Dio, Sacerdoti veri, che mirano solo a edificare la Chiesa. È questo il mistero del rinnovamento e della redenzione che noi cristiani possediamo e noi Sacerdoti celebriamo costantemente nella Chiesa.
Quindi, durante quest’anno, ecco le conclusioni del messaggio di questo nostro fratello: dobbiamo vivere con speciale attenzione e profondità queste realtà meravigliose e forti che sostengono la nostra vita e ci concedono la capacità e l’obbligo di illuminare gli altri uomini e di promuovere la comunione nella comunità.
Un ringraziamento vivissimo ora sento di dover porgere: al cognato e ai nipoti che mi hanno edificato per l’assistenza data a Don Giuseppe; alla signorina Pina Venturini, per la dedizione affettuosa e ammirevole data a lui per anni.
E una raccomandazione rivolgo a tutta la comunità di Tuscania; ‘di non dimenticare – come inculca l’Apostolo Paolo col suomementotechi con la vita ha predicato la fede e nella parrocchia dei Santi Martiri e poi in tutta la Città”. L’anima sua, purificata, raggiunto il possesso eterno della beatificante luce, protegga, adorando, i nostri passi verso la stessa meta. Amen”.
(Orazione funebre pronunciata dal vescovo Mons. Luigi Boccadoro il 4 giugno 1983)
Dopo qualche anno (1986) il vescovo Mons. Luigi Boccadoro nominò parroco dei SS. Martiri Don Domenico Zannetti, ma ora la parrocchia è stata unificata nell’unica parrocchia del Centro Storico e, come sappiamo, è stata affidata al vicario foraneo Don Alessandro Panzeri.
E proprio don Sandro, nell’omelia da lui tenuta in occasione del trigesimo della morte di Don Domenico Zannetti, auspicava la realizzazione di un suo “sogno”: costruire nel cimitero una cappella per tutti i sacerdoti e religiosi di Tuscania, in cui trasferire anche i resti mortali (con le rispettive epigrafi) di quelli defunti nel passato, in modo che i Tuscanesi, quando si recano al cimitero a pregare per le anime dei defunti e venerarne la memoria, possano trivare riuniti in un sol luogo gli educatori spirituali di intere generazioni di cittadini.

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