Madera Brannetti nacque a Tuscania il 13 ottobre 1924. La sua vita, trascorsa nell’ombra e nel silenzio, ma sempre operosa e alimentata da grande spiritualità, è l’esempio di un’anima che ha saputo scegliere la parte migliore attraverso un’ascesi quotidiana sostenuta dall’accettazione e dalla paziente sopportazione di sacrifici e di pesanti croci.
Madera raccontava che da bambina aveva avuto il desiderio di entrare in un monastero, ma in un monastero di clausura, dove la regola fosse rigida, e aveva scelto il Carmelo, affascinata com’era di Santa Teresa del Bambin Gesù, di cui forse aveva letto la Storia di un’anima.
Ma il Signore aveva deciso altrimenti, tanto è vero che quando compì i diciotto anni, età da lei stabilita per fare il grande passo, si ammalò e così vide sfumare il suo più grande desiderio.
Il suo primo impatto con la formazione cristiana avvenne nelle file dell’Azione Cattolica, guidata allora a Tuscania dal concittadino don Leopardo Venturini. Le manifestazioni religiose del Paese segnarono in lei una traccia profonda e gettarono le basi della sua vita interiore. Nel suo amore per l’Eucarestia, che riceveva in casa ogni giorno, continuava la memoria delle sante impressioni ricevute fin dall’infanzia, quando la sera del Giovedì Santo, fino a mezzanotte, tutta la gente del Paese passava da una chiesa all’altra per la tradizionale visita ai sepolcri. La passione del Signore, vissuta quotidianamente con la sopportazione delle sue sofferenze, era un segno indelebile lasciato nella sua anima dalle due processioni del Crocifisso e dell’Addolorata che si svolgono ogni anno a Tuscania con la totale e devota partecipazione della popolazione.
Il 14 marzo del 1942 le si ammalò il ginocchio sinistro; e da quel momento cominciò il suo calvario che la costrinse a stare dapprima per un anno intero immobile e ingessata, poi per tutta la vita, seduta su una poltrona, senza poter mai uscire di casa e muoversi, lei così piena di vita e di gioia di vivere.
Il locale monastero delle Clarisse fu per lei come un faro che illuminò il suo cammino di perfezione evangelica. La malattia che la colpì nelle prima giovinezza non le permise di ritirarsi in un monastero, oasi di pace e di silenzio, ma essa seppe trasformare la sua casa in un chiostro col definitivo distacco dal mondo.
Madera fu una testimonianza del Vangelo, fatto carne e sangue della propria vita. Negli incontri con chi andava a visitarla trovava sempre uno spunto di spiritualità per richiamare alla fede e alla vita cristiana, nei suoi consigli si rivelava il lume dello Spirito Santo e la sua giornata di preghiera era una costante unione dell’anima a con Dio.
Madera, qualche anno prima della sua morte, consegnò a Padre Stefano, un frate conventuale cappuccino, confessore ordinario delle monache clarisse ed anche suo confessore, e a Suor Giuseppina, badessa del monastero di San Paolo, un’agenda e alcuni quadernetti, nei quali, a cominciare da 14 anni, da quando cioè aveva fatto i santi esercizi con le giovani di Azione Cattolica, aveva trascritto pensieri riguardanti la vita spirituale e osservazioni e annotazioni sul proprio comportamento. Osservazioni e annotazioni che continuerà poi per tutta la sua vita, e nelle quali si preoccupava soprattutto di fissare, ad ogni inizio di anno, dei propositi che poi, alla fine dell’anno, verificava se li avesse seguiti. In più una serie di note spirituali attraverso le quali cercava di misurare il suo cammino nella perfezione e soprattutto il crescere del suo amore per Gesù.
La nota dominante che attraversa dall’inizio alla fine questi scritti è l’amore di Dio, il desiderio di imitarlo e soprattutto di farlo conoscere ed inoltre la volontà di vivere la letizia francescana, soprattutto nel dolore, esprimendo sempre gioia e serenità.
Quando una persona andava a trovarla instaurava subito un rapporto che diventava unico ed esclusivo. In quel momento non esistevano altri che quella persona, con i suoi problemi, le sue ubbie, i suoi dolori, le sue ansie. Non esistevano per lei l’umanità o il prossimo, esistevano le persone concrete, che la sua sensibilità le permetteva di capire fin nel profondo e la spingeva a risolvere con tatto e delicatezza i problemi che le venivano sottoposti.
Nel testamento spirituale ha scritto:
“Ho sempre sofferto, non tanto ciò che avete visto, ma ho sofferto nel cuore fin da bambina per la mia sensibilità; il pensiero dei poveri, degli abbandonati, dei carcerati non mi faceva dormire. Venendo grande e partecipando alle pene di tutti sono cresciute le occasioni di dolore e di tristezza. Per mia fortuna il Signore mi è stato sempre vicino”.
Nel 1986, la casa paterna, quella che aveva dovuto abbandonare a causa del terremoto del 1971, perché inagibile e dove era sempre vissuta con tutta la famiglia, finalmente era stata ricostruita ed ultimata e Madera allora aveva espresso ai suoi il desiderio che tutta la famiglia si trasferisse e riprendesse a vivere come prima del terremoto nella vecchia casa di Via del Rivellino. Ma ci fu da parte dei suoi una certa resistenza a cambiare casa, ancora una volta, a cambiare abitudini e ad andare ad abitare nel centro storico del paese dove in realtà vivevano poche famiglie, perché la maggior parte della gente abitava nelle case che erano state costruite fuori del paese.
Ma Madera volle andarci. E non fu un capriccio, né una decisione presa senza valutare i pro e i contro. S’era consigliata con il confessore – come diceva – e aveva preso questa decisione dopo la morte del padre. La decisione fu una decisione sofferta anche perché, malata e bisognosa di aiuto si sarebbe trovata sola.
Il 24 settembre del 1999 Madera fu colpita da un ictus e, dato che la situazione sembrava tanto grave, fu chiamato don Steno per amministrarle l’Estrema Unzione.
Nei giorni seguenti manifestò un certo miglioramento, ma da quel giorno non riuscì più a riprendersi.
Non potendo essere trasportata in ospedale, anche per sua espressa volontà, fu curata, per quanto poteva esserlo in quelle condizioni, dal dottor Fusco. E così andò avanti per altri sette mesi con dolori lancinanti al bacino e con abbondanti perdite di sangue, che facevano diagnosticare senza ombra di dubbio un cancro. I dolori erano talmente acuti che non le permettevano neppure di stare seduta; doveva rimanere al letto con vari accorgimenti, perché anche rimanere al letto le procurava dolori intensi. E quando per le sue necessità doveva spostarsi da una stanza all’altra era costretta ad utilizzare la sedia a rotelle.
Allorché i dolori si facevano insopportabili, afferrava il piccolo crocifisso, che teneva sempre sotto il cuscino, e lo stringeva con forza come per prendere coraggio a sopportare quei dolori senza emettere un lamento.
Non ha conosciuto, certo, la situazione del malato anonimo che spira in un letto di ospedale, ma non le è stata però risparmiata l’esperienza della solitudine di fronte alla morte, malgrado l’affetto delle persone care che la circondavano.
E il 25 maggio del 2000 alle 16,45, dopo aver ricevuto la santa comunione, spirava, pronta, come la Vergine prudente, con la fiaccola accesa e i fianchi cinti, per correre incontro al Signore, a quell’incontro al quale si era preparata per tutta la vita.
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