Lidia Montesi nacque a Tuscania il 19 settembre 1915. Terminate le scuole elementari, dietro l’esortazione della sorella Rosa, decise di frequentare la Scuola delle Maestre Pie Venerini, dove iniziò quella trasformazione spirituale che la condurrà ad una vita di perfezione. Da Suor Annunziata Casani Fu preparata alla Prima Comunione, che ricevette il 28 giugno 1927 nella cattedrale insieme ad altre tre ragazze: Luigia Gambi, Amelia Salvatori e Fedra Testa.
Tre anni dopo, il 29 giugno 1930, a soli 15 anni, Lidia emise il voto perpetuo di verginità. Per tale motivo rifiuterà in seguito diverse proposte di matrimonio.
Da quel momento la sua vita spirituale divenne più intensa, in un esercizio continuo delle virtù. Ora et labora: Lidia trascorreva molto tempo in preghiera, offrendo a Dio tutte le azioni della sua giornata e dedicandosi all’assistenza ai malati, confortandoli nello spirito e soccorrendoli nei loro bisogni. Si preoccupava di assistere alle esequie dei defunti e li accompagnava fino al cimitero, assorta nella preghiera. Nella sua parrocchia dei Santi Martiri coadiuvava il priore Don Giuseppe Cupelli con il ruolo di educatrice e di catechista. In particolare si occupò dell’organizzazione del “Centro Parrocchiale di Azione Cattolica”; per quella diocesana svolse per molto tempo le funzioni di segretaria. Si iscrisse alla Pia Unione delle Terziarie Francescane, divenendone presidente. Tra tutte queste attività non trascurò l’aiuto alle Missioni Cattoliche, della cui sezione diocesana divenne presidente.
La sua pietà religiosa era ormai nota a tutti, faceva scaturire rispetto anche nelle persone che non frequentavano la chiesa con assiduità. In Piazza c’erano, a quei tempi, due bar e gli avventori, nelle belle giornate, siedevano fuori e giocavano a carte. A causa dell’ignoranza generalizzata, a quei tempi, accadeva che gli uomini per abitudine, senza cattiveria, condissero il discorso con le bestemmie. E, giocando a carte, ad ogni lancio di carta, giù una bestemmia! Ebbene, quando i giocatori – racconta Lidano Brachetti – avvertivano il passaggio di Lidia, che veniva o andava verso la sua villa al Rivellino, improvvisamente cessavano gli schiamazzi dei giocatori. Un silenzio profondo sembrava avvolgere tutto l’ambiente. E se qualcuno provava ad aprire bocca, il vicino lo bloccava sul nascere, dicendogli sotto voce: “Zitto, Zitto!, ché passa la Montesi!”, nel timore che l’aria fosse rotta da quelche bestemmia inopportuna. Tanta era la riverenza, il rispetto verso quella giovane ragazza.
Verso la fine degli anni Trenta, Lidia ebbe un forte deperimento: provava nausea per il cibo e non riusciva ad assumente il benché minimo nutrimento. Questo stato di prostrazione le impediva l’attività fisica, ma continuava a recarsi in chiesa, a pregare e a far visita agli infermi.
Dopo qualche tempo Lidia improvvisamente guarì. Poiché il medico Dott. Donato Di Donato aveva messo in guardia i famigliari circa un’imminente fine della vita di Lidia, a causa di queste gravi disfunzioni, nessuno riuscì a dare spiegazioni sulla guarigione improvvisa.
Lidia taceva. Il priore Don Giuseppe Cupelli ipotizzò che vi fosse stata l’intercessione della Madonna Addolorata, desumendolo dal fatto che Lidia offrì tutti i suoi gioielli alla chiesa di S. Giovanni, facendoli collocare proprio presso l’altare della Madonna Addolorata.
Per sottrarsi alla curiosità di chi pretendeva spiegazioni circa la sua guarigione improvvisa, Lidia si recò a Roma, ospite di Maddalena Battaglioni. Era andata a Roma anche per un altro più preciso motivo: conoscere la regola e la vita delle suore Carmelitane di S. Teresa forse perché intendeva entrare in monastero. La ragazza, però, si rendeva conto che il suo precario stato di salute non gli avrebbe consentito di condurre una vita austera in quel monastero.
Dopo il soggiorno romano, Lidia si recò a Nettuno presso la zia Serafina, moglie del maresciallo Cruciano Brachetti, quindi ritornò a Tuscania, decisa ad entrare presso il nostro monastero delle Clarisse. Ed effettivamente vi entrò, ma alcuni giorni dopo il suo ingresso, scivolò per le scale e fu costretta a letto per diversi giorni. Dopo questo avvenimento – scrive Don Giuseppe Cupelli – sembra che Lidia abbia lasciato il monastero quasi per una ispirazione ricevuta, ritornando così alla vita di famiglia per occuparsi nuovamente dei suoi malati con una dedizione totale: fu quella, poi, la sua vera vocazione nel resto della vita.
Nel 1943, mentre era in villeggiatura con la sorella Rosa a Cura di Vetralla, si unì alle giovani di Azione Cattolica di Viterbo per recarsi con il vescovo Mons. Adelchi Albanesi in udienza dal Papa Pio XII. Mentre era genuflessa davanti al pontefice, offrì in silenzio al Signore la sua vita purché fosse risparmiata quella del Papa, temendo per lui a causa dei bombardamenti avvenuti, come è noto, allo scalo di S. Lorenzo il 19 luglio 1943.
Lidia si ammalò non appena fece ritorno a Cura di Vetralla e, ai primi di agosto, fu costretta a lasciare la sorella per fare ritorno a Tuscania.
Il 9 agosto successivo le sue condizioni si aggravano. La giovane predisse che quella sarebbe stata la sua ultima malattia e che la sua morte sarebbe avvenuta nel giorno della festa di S. Teresa del Bambin Gesù (1° ottobre) o di S. Francesco d’Assisi (4 ottobre). Chiese poi al priore Don Giuseppe Cupelli di portarle la Comunione ogni mattina, assicurandolo che questo impegno lo avrebbe gravato solo per pochissimo tempo.
Durante la malattia fu assistita amorevolmente dalla sorella Rosa, da Suor Teresina Palombi e da Marietta Cupelli (oltre a Don Giuseppe, al Dott. Emanuelli, a Don Leopardo Venturini e al cognato Aldo Peruzzi). Lidia ricevette l’estrema unzione il 3 ottobre da Don Leopardo e morì il giorno dopo.
Per volere di Lidia, Suor Teresina ed un’altra suora si occuparono del suo cadavere. lo rivestirono con una tunica bianca ed un candido velo sul capo, cinsero i fianchi con una cinta celeste e (Lidia era Terziaria Francescana) con il cordone di S. Francesco; al collo adattarono lo scapolare con la medaglia delle Figlie di Maria.
Non appena si diffuse la notizia della morte di Lidia, iniziò un pellegrinaggio di persone che vennero a visitarla e a pregare per ottenere la sua intercessione presso Dio.
Nel tessere l’elogio funebre, Alessandro Onofri affermò, con parole rotte dalla commozione, che il lutto delle famiglie Montesi e Peruzzi era anche il lutto dell’intera popolazione di Tuscania.
Vi sono dei fatti attribuibili all’intercessione di Lidia Montesi?
Don Giuseppe Cupelli afferma nel suo volumetto ( p. 111) che Lidia abbia ispirato alla zia Giulia Cardarelli l’opera di assistenza ai poveri e agli infermi all’interno della Società di S. Vincenzo de’ Paoli, fondata dietro suggerimento dell’Arciprete Don Leonardo Arieti.
Don Giuseppe Cupelli (alle pagine 111-117) parla anche di guarigioni straordinarie attribuibili all’intercessione di Lidia a favore di Giuseppina Leonardi, di Eglege Maria Cioffi e di Giuseppe Simoncini.
Il 19 luglio 2006 la signora Anna Manni in Mancini ha reso questa testimonianza da lei stessa firmata:
Anna Manni fa testimonianza di una grazia ricevuta per intercessione di Lidia Montesi, morta in stato di grazia il 4 ottobre 1943
Nel 1952, il figlio, Veriano Mancini, all’età di circa cinque anni, iniziò ad avere febbri altissime ed improvvise che se ne andavano con altrettanta celerità. Il medico Dott. Piero Lazzarini non riusciva a pronunciare la sua diagnosi, così prescrisse delle lastre ai polmoni che evidenziavano una macchia all’organo stesso.
Una vicina propose ad Anna di fare un triduo alla cara Lidia Montesi e subito Anna acconsentì.
Nel frattempo si era attivata una persona per una visita al Policlinico di Roma Umberto I, che fu eseguita dallo stesso primario ,Prof. Pietro Valdoni, il quale diagnosticò un corpo estraneo al polmone e di conseguenza si riteneva necessario un intervento chirurgico al più presto.
Il primario cercò di tranquillizzare Anna, dicendole che l’avrebbe chiamata appena si fosse liberato un letto.
Il giorno stesso che Anna ricevette la telefonata, il bimbo chiamò la mamma due volte, pose le mani avanti la bocca e rigurgitò un pezzo di vetro affilato che poteva avergli provocato lesioni interne gravissime; e di conseguenza accorsero subito all’ospedale Umberto I, dove quel primario e tutta la sua équipe eseguirono gli accertamenti necessari.
I risultati furono tutti negativi e, con grande stupore d tutti i presenti, nessun organo era rimasto leso.
A questo punto il Professor Valdoni spiegò alla madre che era stato preventivato, vista la posizione del corpo estraneo, di asportare mezzo polmone e tre costole, ma, costatando i fatti sopravvenuti, affermò che solo un miracolo poteva far venir fuori dalla bocca un pezzo di vetro così tagliente…:“Andate a casa, pregate e ringraziate il Santo che vi ha concesso questa grazia, noi metteremo in archivio il vetro a testimonianza di questo evento..”.
Tuscania, 19 luglio 2006                                                    Anna Manni
(Le notizie sulla vita di Lidia Montesi sono tratte dal volume del Priore dei Santi Martiri Don Giuseppe Cupelli, Quasi Lilium!… Cenni biografici dell’anima eletta Lidia Montesi, Tipografia Bianchi, Tuscania 1947).

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi