(Vincenzo Lilloni di Giovanni)
Luigi Lilloni (Giggetto ’l Carbonaro) si trasferì a Tuscania negli anni successivi alla Prima Guerra mondiale insieme alla sorella Rosina, che andò in sposa a Raniero Nìccoli.
Un terzo fratello, Vincenzo, continuò a vivere a Cantiano, dove era nato il 23 giugno 1902, venendo di tanto in tanto a Tuscania a far visita a Luigi, che abitava in Via Oberdan, ed alla sorella Rosina, che abitava a Montebello.
Ed ecco la descrizione che ci ha cortesemente inviato il nipote (figlio di Rosina Lilloni), il Colonnello Luigi Vincenzo Nìccoli, rilevandola dal “Bollettino Ufficiale dei Frati Cappuccini”. Si tratta della notizia della morte di fra Pietro, avvenuta alle due del mattino del 17 agosto 1974, comunicata per lettera nella stessa giornata dal padre Carlo Belli, segretario della Provincia Romana dei Cappuccini, ai suoi confratelli che abitavano in conventi più lontani:
Carissimi confratelli,
improvvisa e dolorosa è la notizia che vi comunichiamo, come improvvisa e lancinante è risuonata nel cuore di questa notte una voce che gridava: “Aiuto…, fra Pietro sta morendo!” Mancavano dieci minuti alle due, e la voce era di fra Domenico Santaroni, accorso, verso l’una, nella stanza del confratello, che con il bastone aveva picchiato sul soffitto per chiedere soccorso. Il povero fra Pietro si sentiva soffocare. Il padre Michele Menna, sopraggiunto poco dopo, gli praticava una puntura di cardiotonico e di vasodilatatore. L’effetto benefico del farmaco non tardava a verificarsi, tanto che fra Pietro pregava ormai di essere lasciato solo poiché l’attacco era ormai passato. Fra Domenico si invece si è seduto e si è maesso a discorrere. All’improvviso, però, è sopraggiunta la crisi mortale. Il padre provinciale, il superiore e i confratelli sono accorsi nello spazio di qualche minuto. Al nostro confratello, ormai senza parola, il padre provinciale ha impartito l’assoluzione e il sacramento dell’estrema unzione.
Così il carissimo fra Pietro se n’è andato, mentre noi riusciamo ancora a fatica a prendere atto del vuoto che la sua fulminea dipartita crea nella  nostra fraternità.
Egli ci lascia in eredità l’esempio di tre preziose caratteristiche: l’impegno costante nel lavoro quotidiano; l’assidua preghiera in quasi tutti i momenti liberi della giornata; il tratto squisitamente umano, che gli ha suscitato le simpatie di quanti l’hanno incontrato, e, in modo particolare, dei nostri benefattori.
Era nato a Cantiano (Pesaro) il 23 giugno 1902 dai coniugi Giovanni Lilloni ed Emilia Luchetti, Al battesimo, amministratogli tre giorni dopo, gli erano stati imposti i nomi di Vincenzo, Carlo, Luigi.
Cantiano allora pullulava di abili artigiani che esercitavano il mestiere di scalpellino e sbozzavano e tornivano le pesantissime mole di pietra usate nei frantoi oleari. Vincenzo apprese ben presto il mestiere e, verso gli anni Trenta, emigrò nel nord Europa (Francia, Lussemburgo, Belgio…) in cerca di un lavoro meglio retribuito.
Era un giovane di statura e di robustezza imponenti e aveva ricevuto da madre natura un temperamento vivacissimo e battagliero. Prendeva le cose sul serio e sentiva prepotente il bisogno di darsi da fare affinché le condizioni di vita di tanti come lui diventassero più umane.
Non ci volle molto perché i suoi atteggiamenti venissero notati e tenuti d’occhio da parte delle autorità di polizia; e la sorveglianza — se pur discreta — doveva poi continuare anche nei primi anni della sua vita religiosa.
Già provato dagli acciacchi e dai disturbi circolatori, il confratello, rievocando il suo passato, soleva dire scherzando che se non avesse indossato il saio, a quell’ora sarebbe stato senatore…; poi si commuoveva e rivelava che la mamma Emilia — sopravvissuta al babbo Giovanni, deceduto nella guerra del 1915-18 — non cessava mai di pregare la Madonna affinché proteggesse quel suo figlio tanto generoso e coraggioso. E la Madonna, che conosceva l’animo buono di Vincenzo vegliava su di lui.
Rientrato in Italia, Vincenzo si stabilì a Roma con la madre nei pressi di Piazza Vittorio. Fu in quei paraggi che ai primi del 1936 si imbatté con il padre Anselmo da Alatri, cappellano al Policlinico Umberto I. La franchezza era una dote comune ai due, che divennero subito amici.
Il giovane, ormai oltre la trentina, il 18 marzo 1936 fu ricevuto nel nostro convento di Ronciglione per iniziare il periodo di postulato, Poi la vestizione religiosa (13 ottobre 1936 nel noviziato di Pallanzana) e la professione semplice emessa il 14 ottobre dell’anno successivo.
Fra Pietro, data la sua età e la serietà di cui aveva dato prove più che convincenti, venne inviato nel convento di Ronciglione (dove emise la professione solenne il 18 novembre 1940) con l’ufficio di questuante.
Fu veramente un dono prezioso quello che i superiori fecero a quel convento; fu anche un dono e una benedizione per i Ronciglionesi, che rimanevano edificati e ammirati, mostrandosi poi molto generosi con quel frate sempre sorridente e portatore di pace e di bene.
La sua bisaccia, il suo sacco e il suo agile calesse non giravano mai a vuoto.
Dopo un breve periodo di permanenza nel convento-santuario di Terracina (dal settembre 1948 all’agosto 1949) fra Pietro fu chiamato a Roma presso il convento della Santissima Concezione, dove per un triennio fu portinaio e poi “cercatore” in una zona in cui i suoi predecessori avevano lasciato tanto rimpianto e tanta buona memoria di sé. Fra Pietro continuò il suo servizio-apostolato con la stessa fede, con la stessa umiltà, con lo stesso sorriso sulle labbra, con lo stesso zelo fino alla morte.
Riceveva sì dalla “mensa del Signore”, ma donava anche: donava conforto, serenità, fiducia, parole semplici e buone ma cariche di fede e di speranza.
Sicché la “carità”, si trasformava in carità distribuita, attinta direttamente dal Cuore di Dio. Che tristezza vedere scomparire certe figure tanto care ed amabili.
Carissimo fra Pietro, tutta la fraternità provinciale, unita ai tuoi parenti e ai tuoi tanti amici, sente e piange la tua perdita così repentina a cui non eravamo preparati. Pur sicuri che il Signore ti avrà accolto nel suo regno e che la Madonna — di cui eri teneramente devoto — ti avrà preparato un seggio accanto alla tua santa mamma, noi offriremo per la tua Anima benedetta fraterni suffragi e ti avremo sempre nel cuore.
Roma, 17 agosto 1974
                                                                                                Padre Carlo Belli
                                                                                             Segretario Provinciale
                                                                                         dei Frati Minori Cappuccini
(Queste notizie biografiche sono tratte dal “Bollettino Ufficiale della Provincia Romana dei Frati Minori Cappuccini”, anno 1974, pp. 77-79)
Ed ecco, infine, come lo ricorda il nipote, il Colonnello Luigi Nìccoli.
Ricordo che quando ero ragazzo rimanevo affascinato dalle parole di mia madre Rosina, quando rievocava di la figura di suo fratello Vincenzo. “Era un giovane dal fisico aitante – raccontava orgogliosa mia madre -, dal carattere deciso e combattivo, ma nel contempo brillante. Vincenzo mal sopportava le ingiustizie sociali, le prevaricazioni, i soprusi compiuti a danno degli operai, tanto da essere considerato un punto di riferimento dai suoi compagni nel lavoro”.
Vincenzo lavorava presso una cava di pietre, grosse pietre che venivano poi trasformate in màcine, le grandi ruote di pietra usate nei frantoi per macinare le olive prima della spremitura. Il lavoro era fiorente perché da Cantiano quelle màcine venivano esportate in ogni parte d’Italia. Per questo atteggiamento egli venne immediatamente schedato come sovversivo e rivoluzionario. Subì minacce, intimidazioni e, come accadde anche ad altri perseguitati politici, subì anche il carcere. Ma Vincenzo non si piegò e, uscito dal carcere, preferì emigrare all’estero, in Francia, in Lussemburgo, in Belgio. In quel periodo mia nonna Emilia, sua madre, riceveva un contributo clandestino, il noto “soccorso rosso”, che veniva assegnato alle famiglie con un perseguitato politico, facendo in modo che le autorità del tempo non ne venissero a conoscenza.
Rientrato in Italia, si trasferì a Roma, dove condusse una vita intensa e brillante, nella piacevole Roma di quei tempi.
Incredibile fu la trasformazione di “Sandrone” (così gli amici chiamavano affettuosamente Vincenzo). A 33 anni, nel 1935, avvenne la svolta decisiva,: Vincenzo avvertì distintamente la chiamata del Signore, si convertì e divenne fra Pietro.
I parenti e gli amici stentarono a credere che Vincenzo intendesse veramente lasciare il mondo e “le sue lusinghe” per chiudersi in un convento, ma l’umiltà, la dolcezza, l’affabilità con cui intraprese la sua vita religiosa, furono unanimemente riconosciute ed apprezzate da tutti coloro che l’avevano conosciuto.
Lo zio fra Pietro amava trascorrere i periodi di riposo a Montebello, ospite in casa mia, dove mia madre Rosina e mio padre Raniero lo hanno sempre accolto con grande gioia. Lo stesso faceva mio zio Gigetto Lilloni, che ospitava volentieri suo fatrello fra Pietro. Sia a Tuscania che a Montebello fra Pietro incontrò numerosi amici, che amavano festeggiarlo ad ogni suo arrivo, trascorrendo ore in piacevole conversazione.
Un giorno chiesi a mio zio quale fosse stata la “molla” che l’aveva indotto a cambiare così radicalmente la propria vita. Egli mi rispose: “Mah!… posso dirti che tutte le sere, prima di addormentarmi, anche quando ero in carcere, recitavo tre “Ave Maria” come mi aveva insegnato tua nonna Emilia…”.
Il ricordo dello zio fra Pietro è sempre vivo in me. Egli è stato un importante “maestro di vita”, non solo per i suoi insegnamenti, ma soprattutto per il suo esempio.

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